PERSONE - PISTORELLO GINO - Bassano d. G. 29-01-1923 - 02-09-1998 - 03 - TESTI DI APPROFONDIMENTO

PISTORELLO GINO


POETA ED ARTISTA


APPROFONDIMENTI 


a cura di Vasco Bordignon


RICCARDO GALUPPO, 1974 -

PRESENTAZIONE MOSTRA "QUINDESE TEE SPORCAE DA PISTO"

Presentare Gino Pistorello, nella sua Bassano, è come giocare in casa. Tutti lo conoscono: tutti a bassano sanno tutto di Lui, ne conoscono l’opera e la grande bontà.

Ma Gino mi dice: mi fai due parole?

Con entusiasmo accetto perché il fatto mi onora e perché stimo profondamente Pistorello.

Che dire? parlare del poeta? del pittore?

La complessa, eclettica personalità richiederebbe una preparazione e una autorità che certamente io non ho. Però conosco da lungo tempo Pistorello e questo mi conforta.

Allora, cari amici, ecco il nostro Gino: spazi infiniti, un brevetto di pilota per volo a vela (acquisito giovanissimo), scrivere di gabbiani e venti gelidi, di personaggi quasi sempre raccolti dalla realtà, ricordare un grillo, oppure inventare una notte di luna posseduta e persa.

Ecco qui l’esistenza e la giustificazione dell’operare in arte di Pistorello!

I suoi quadri sono senz’altro una confessione accorata del proprio modo esistenziale: tutto abbandono, melanconia, entusiasmo e amore…

Il segno veloce, tagliente e umoroso di materia racconta storie di tutti i giorni: l’atmosfera dolce e calda della sua Bassano, delle strette vie, delle osterie, degli incontri con la Sua gente; i suoi uccelli così strani, ricchi di colore, ironici (tristi?). Animali inventati, simboli, creature libere da ogni schiavitù anatomica e ovvia; animali di un paradiso che è suo.

Il colore è usato esteso sulla tela bianca senza paura, senza pentimenti di sorta; rivela una chiarezza d’idee e una adesione totale al tema he di volta in volta s’impone come fonte di ispirazione.

La padronanza del mezzo e la conoscenza artigiana (nel senso più antico) nobilitano il suo operare. L’assoluta modestia, la grande sensibilità e l’indipendenza stilistica fanno del nostro pittore una delle voci più autentiche che ci sia stato dato d’incontrare.

Gino Pistorello non usa astuzie o sotterfugi (così cari ai mestieranti di oggi e di ogni tempo). Ricordo un grande angelo  dipinto su una parete di una tettoia della vecchia Bassano, feroce nel tratto, con gli occhi azzurri e grande spada.

Da chi, di che cosa lo avevi messo a guardia? chi stava schiacciando? Qualcuno potrebbe obiettare che … Ma la cosa non è molto grave.

Per quanto sia modesta la nostra opinione, ci conforta il fatto (invero raro) che la vita e l’opera dell’artista Pistorello portano in sé l’autenticità e la profondità delle cose vere.

Le uniche, mi pare, che da sempre giustificano l’esistenza dell’Uomo d’Arte.

Sono certo che gli amatori d’Arte bassanesi apprezzeranno queste raccolta d’opere.



DANILO ANDREOSE, 1974

IN OCCASIONE DELLA MOSTRA "QUIDESE TEE SPORCAE DA PISTO"

Nella difficilissima arte del comunicare, Gino Pistorello si sottrae coscientemente all’influenza degli schemi di una realtà prestabilita per liberare le sue fantasie ricche di sogno e di infinite possibilità di canto.

Nella sua opera pittorica è da prendere in considerazione il rapporto che intercorre fra le cose e i segni, i simboli delle cose, quando si tratta di portare alla luce non il testo, che già appare di per sé, ma l’extratesto che è nell’animo dell’artista con tutte le sue implicazioni poetiche, morali, esistenziali.

Un fatto psicologico quindi che riposa su un principio fondamentale: espressione in cui i termini di realtà e fantasia si confondono.

Espressionismo aspro, pieno di esasperate primitività, mosso da forme rette da un colore fatto di contrasti vivi, e spesso stridenti, immagini concrete e astratte a un tempo, ricerca dei valori umani e dei sentimenti con la potenza istintiva di un temperamento autentico che in una figura, in un tema religioso, in un paesaggio, non vede soltanto una data composizione di forme, di piani o di colore, ma un’occasione per trascrivere la forza naturale, un’estrinsecazione quasi pagana della propria esigenza interiore.

E così poesia e pittura sono continuamente sollecitate da una umanità drammaticamente vissuta e realizzata.


IL RITRATTO

MITICO VAGABONDO, POETA DEI COLORI


di GIANDOMENICO CORTESE 


da Gino Pistorello, POESIA, 1997

Mitico vagabondo, testimone agguerrito delle contraddizioni del tempo, Gino Pistorello è artista dalla solarità passionale.

"Amo camminare nel vento come un Dio decaduto

che non può resuscitare una cometa

né la fiaba di ieri".

La sua è la superiore poesia del vivere.

Come dimenticare quegli altri versi, laddove dice:

E' venuto il vento

ed ha percosso le nuvole

e le nuvole piansero sulle spalle della collina secca

per donarci un fiore.

O ancora, traggo da "Strissi e ciacole" del 1961, quella incredibile "Bassan, çità de vento" dove

"Do anzoli de aria

co' le trombe de arzento

sonava strane storie in paradiso

supiando pian e forte

forte e pian:

cussì xe nato

el vento.

Ne la gran boca verde de montagna,

che basa el me Bassan,

adesso el sta de casa;

El siga, el sona, el pianze, el supia, el parla;

la foja zala el ninola sospesa,

el suga 'e strasse de la pora zente;

forsi l'è 'l fià de Dio

che disegna co' 'e nuvole le fiabe".

Eccolo, Gino Pistorello, il volto e l'anima, in quello che ritengo sia il suo "testamento", quell'ultimo, immenso desiderio:

"Mi spero che i me fassa,

quando che partirò vestìo de pesso,

un buso, un busetin, sora la cassa

par vedare da morto

un tocheto de çielo.

Me basta poca roba:

magari un quadrateo

grando cussì,

'na macieta çeleste

su la gran macia nera ... "

Col tempo, il ragazzo che scrisse i primi versi, alle elementari, allievo del maestro Matteo Vidale, ispirandosi al volo libero di un aquilone, è diventato crepuscolare, triste di velate malinconie, pur restando in fondo al cuore il poeta del colore, dei mondi incantati dell'innocenza, il cantore di una natura arcadica, capace di esprimere un mondo di dolcezza.

"Macino i miei giorni così

come una pietra

rivolta all'altra pietra

entrambe consunte.

Il grano dell' inverno

è secco

anche l'erba tace".

ha scritto di recente, raccontando di come, durante la vecchiaia, l'uomo si senta, ogni giorno di più, solo. E' il suo rammarico più ripetuto.

Nato a Bassano il 29 gennaio del 1923, sotto il segno dell' Acquario, figlio di Giacomo, sbalzatore di rame, uomo - ricorda il figlio - capace di "fare miracoli", e di Amelia Fontana, una donna, ricordata da Gino, "di grande intelligenza, scriveva lei stessa poesia", bassanese da generazioni, non disdegna di citare, quasi un aneddoto, come un suo avo - era il 1854 - fosse arrivato (a piedi) fino a Cittadella per accogliere ed accompagnare gli "italiani" che stavano per entrare a Bassano.

Se - a credere al Brentari - quella del Pistorello era una delle più antiche famiglie di Bassano, con il "nostro Pisto" finisce una discendenza. Lui viene come i suoi da Borgo Angarano (il nonno teneva al "Borghetto" officina per i carri agricoli). Un po' di anni dedicati agli studi, a passare i giorni sui libri di scienze, di francese e di algebra e latino, un po' di nozioni di geometria prima di finire, a 19 anni, militare. Non gli manca neppure l'esperienza all'Esattoria della Cassa di Risparmio prima di passare alle Smalterie Metallurgiche Venete - mitica meta - come disegnatore litografico.

Nel 1953, il 27 di giugno, ormai trentenne, aveva sposato Giovanna Rodeghiero, la "sua" Giannina. Nei primi anni Settanta pianta in asso le Smalterie e si mette in proprio. Compra un forno, comincia a realizzare smalti su rame.

Nel 1964 era già stato invitato alla Biennale di Venezia ad esporre nel padiglione Arti decorative. I suoi pezzi di allora? Tutti venduti in ... Australia.

Nel 1970 è tra i vincitori del Premio Abano di poesia. Incontra Diego Valeri.

Dal 29 gennaio 1973, giorno del fatidico 50° compleanno, non si taglierà più quella che sarà una fluente barba. Prima teneva un arguto pizzetto.

Produrrà smalti fino al 1975, dipingerà, creerà qualcosa in ceramica, pezzi messi in mostra nella sua bottega accanto a quelli degli amici, Zortea, Nunzio Zonta, Federico Bonaldi.

Per trent'anni la sua casa sarà nel cuore della vecchia città, in via Menarola, per altrettanti troverà dimora, sempre nell'antica Contra' del Sole, in salita Gamba, a due passi dal Ponte, entro la cinta del castello, sul colle di Bassano.

Col passare degli anni, quando quella sua mano intelligente ha cominciato a tradirlo e non gli riusciva più di scrivere, di disegnare, a sentirsi capace di produrre arte, è riuscito ironicamente a commentare: "Posso solo guardare un vaso, una campana dove più di trent' anni prima avevo piantato un nespolo cinese". Quella pianta era cresciuta fino a superare i 6 metri di altezza, carica di nespole. E' stata quella segregazione a renderlo velato di soffusa malinconia: una "prigionia", quasi insopportabile. In queste condizioni non rimangono che i ricordi e la poesia. "Per me - dice Pistorello - la poesia è fatta di immagini (ne abbiamo tutti di immagini)".

La sua capacità è stata di trasmettere agli altri, in termini e con sensazioni universali, quel suo "essere", parametri che pur erano del suo campo visivo, ma che sono tali da entrare in sintonia con l'orizzonte di ciascuno di noi. Poeta del colore ha amato Marc Chagal: "Ha sempre raccontato fiabe russe", mi ha spiegato un giorno. E una sera, davanti al caminetto della sua casa in Contrà del Sole, alla mia domanda se avesse un messaggio da affidare ai suoi giovani della sua città, dopo aver riflettuto alcuni istanti, ha risposto: "Un messaggio forse ce l'ho, quello di invitarli questi ragazzi del Duemila, tutti telematica e informatica, con principale amico il computer, a non trascurare l' umanesimo. E a loro suggerisco: leggete almeno Leopardi!".

Bassano è cambiata? Gli ho ancora chiesto.

"Moltissimo" - mi ha risposto - "dal tempo delle 'vecie strade' strutturalmente in meglio, ma in essa si è perduto il contatto con la gente. Un tempo ci si conosceva tutti. Oggi non ci si conosce neppure se si abita una stessa casa, se si vive sotto il medesimo tetto. Dove abito io - ha aggiunto - vivono marocchini, persiani, albanesi. La mia casa è ormai multireligiosa: ci sono musulmani, mia moglie è 'protestante', io sono l'unico ... cristiano".

Qual' è il tuo sogno? ebbi a chiedergli, che faresti se vincessi la lotteria?

"Andrei ad abitare in montagna, mi basterebbe anche Rubbio. Non è che disdegno il mare ma mi appare troppo statico, monotono. La montagna invece mi affascina. Mi farei costruire una piccola baita, con un grande camino, tutta a pianterreno (faccio fatica a fare i gradini)".

Il suo resta un mondo di cose semplici, di tanta dolcezza, un fondo di innocenza, una natura arcaica. Qualche rimpianto?

"Quando ero piccolo avrei pagato chissachè per comprarmi una bicicletta (non ne ho mai avuta una di mia), o per comprarmi i pattini. Ora che potrei comprarmi venti bici e cinquanta paia di pattini sono costretto a stare in poltrona. Come è ingiusta la vita!".

Non avrà avuto pattini e bici ma nel 1940 era stato uno tra i più giovani piloti "patentati" per il volo a vela, libero di librarsi alto in cielo sull' aliante.

E' difficile fare oggi un ritratto di "Pisto". Gli ho chiesto un giorno di aiutarmi. Mi ha risposto tra il rassegnato e il riflessivo: "Ognuno è quello che è, non si può cambiare. Perché descrivere questi caratteri?" E dopo aver riflettuto, sospirato ancora, ha continuato: "Durante la vecchiaia poi si è sempre più soli". Un rammarico di nuovo ripetuto prima di sbottare: "Ma si, vorrei essere ricordato come ... un amico. E' la cosa più bella che uno possa sognare".

In questa verità ritrovo tutto il piccolo, grande "Pisto", quest'uomo dall'età sempre un po' imprecisa, un uomo che della vita ha sempre saputo gustare la musicalità. Mite, scherzoso, ironico, delicato artista lirico. Sì, l'ultimo bohemien di Bassano, casa e bottega sul ponte, rude e stravagante, capace di raccontare umori, amori, fede, illusioni, certezze, con l'estasi dell' eterno bambino, la freschezza e il candore del saggio, la grazia della mitezza, la gioia dell'uomo nuovo. In lui c'è, e traspare, il desiderio immenso di luce, di un'alba, attesa, forse ancora di là da venire. I suoi occhi profondi, ricchi di virile tristezza, le sue mani creatrici, il suo passo cadenzato quasi al ritmo imposto dallo scorrere del Brenta: non sono solo ricordi. Ogni sua opera ha inciso nel profondo. Dal suo cuore sono uscite pennellate d'arcobaleno ad illuminare giorni. I suoi versi, nati spontanei a raccontare tante storie di Bassano, in italiano, in dialetto - la lingua più salda, umana ed incisiva - ma anche in francese, a seconda di come venivano pensati direttamente, cantano e scandagliano valori genuini, vicende autentiche, istanti mai appassiti. Pistorello ha filtrato con la modesta semplicità degli umili le testimonianze che esaltano e fanno autentica l'arte. I distratti lo hanno confuso con una macchietta. Ma la sua battuta, sempre pronta, graffiante, ironica e scherzosa non lascia pace. Un esempio? Quel "More i mosconi, more i cavai, ma i rompicoioni no' more mai", non dà scampo. Volete invece un segno della sua delicatezza? pensate alla "Montagna nana", quella del grillo, che egli definisce il "poeta delle notti d'estate". C'è un neo, una carenza nel poetare di "Pisto". Non ha mai raccontato l'amore, una passione per una donna. Per un uomo eclettico come lui, certo è una carenza da capire. Soprattutto per uno che riesce a raccontare, sfiorando la tastiera dei ricordi, a emozionarsi di fronte ai sospiri della vita, ad indicare "quando un omo el xe straco, co' tuti i ossi roti, el se fa 'na valiza, che pesa squasi gnente, co' dentro quatro strasse de sogni e 'l va". Malinconico? Macché!. Natura e umanità lo entusiasmano. E' dissacrante, dirompente la sua .verve satirica. E' la sua cultura antica della nostra gente, quella più semplice che emerge prepotente. Volti, immagini, luoghi non svaniscono se non per ritornare, unirsi rivivere, insieme in un caldo contatto. Gli "eroi" di "Pisto" sono trasparenti. Non c'è angoscia nemmeno nella morte. Nessuno è mai buffo. Balzac li direbbe: "Sono i capolavori della Commedia Umana ... ". Narratore ineguale, poeta a sbalzi, Gino è un uomo fuori dalla storia se è vero che nella storia emergono e prevalgono le figure energiche, i grandi volitivi, i grandi impulsivi, i grandi negoziatori. La storia che lo appassiona è quella che si sgrana sotto, davanti ai suoi occhi. Egli ha narrato sempre se stesso e noi, in lui. All' arte è sempre ritornato per un diletto personale, anche quando ha ritratto scherzosamente i vecchi amici, i vecchi mestieri, le vecchie contrade fuori dal tempo. Le favole di Tolstoj, i versi di Trilussa, i sonetti di Giuseppe Gioacchino Belli, che fanno parte della sua conservazione, quasi quanto la saggezza di Totò - che in parte torna in Pistorello rievocata, penso alla mordace satira de "La fabrica dei vermi" - non solo fanno cessare la solitudine, ma infondono una grande, irrinunciabile "nostalgia di pulito".

E' stato un personaggio scomodo per questa città, perché no, un grillo parlante (e come il "suo" grillo un poeta per le notti d'estate), solo con una modesta ambizione quella di veder fregiato il suo ormai logoro cappello d'alpino con i sempre promessi - e ancora mai concessi - "gradi" di caporale. Non vorremmo che, come succede per le sue "Careghe de paja", in questi nostri tormentati giorni "se fruasse anca i ricordi".

Ha scritto Pistorello, più di recente:

"Smarrite cose

io vi ritrovo oggi

nel grigio

di un giorno senza nome.

Ho scritto sui tuoi sassi

con la cenere

addio".

Ascoltando Gino Pistorello, artista ed ispiratore di artisti, è facile ricordare con Puskin l'eterna verità: "Siamo nati per i dolci suoni e le preghiere". Rileggendo i versi di questa antologia di "Pisto" si può ben dire che i nostri limiti possono convivere con le nostre speranze. Forse sarà il mistero dei sentimenti e della bellezza: possono essere vissuti, non spiegati. Ed è per questo che riesce facile rubare a Eutusenko la descrizione che egli fece di Boris Pasternak per ringraziare Gino Pistorello e chiedergli scusa di tante ingratitudini: "Dava l'impressione di non essere un uomo, ma un profumo, un raggio di luce, un fruscio. E chi si accorge di un fruscio in un mondo in tempesta?".

Giandomenico Cortese

 


GINO PISTORELLO. L’UOMO E IL POETA

di ENZO PETRINI

DA ”Illustre bassanese” – gennaio 2000


Non molto prima che si chiudesse il Novecento se n'è andato Gino Pistorello lasciando qualche messaggio d'immagini fatte di parole o di colori e il ricordo, in chi lo ha conosciuto, di una immedesimazione col suo ambiente nativo e col frammento di umanità di cui lui stesso aveva imparato a farsi specchio ed eco. Pistorello, anzi il Pisto, è stato davvero il cantore moderno di questa nostra città guardata alle spalle dal massiccio del Grappa e affacciata da cento finestre sulla veloce corrente del Brenta. "Bassano la dolce" diceva Giorgio Bocca, quando nel 1942 era allievo ufficiale degli Alpini nella caserma di Viale Venezia; forse la confrontava con le angolature forti della sua Cuneo o si sentiva alleggerito dalle fatiche nella morbidezza di Col Roigo e delle colline ricamate intorno.

Nel '42 Pistorello aveva 19 anni e nel giro di qualche mese avrebbe avuto anche lui il cappello alpino con la penna nera; poi le vicende di chi lascia la casa con lo zaino sulle spalle, vada come vada. Però il cappello alpino si conserva o si ritrova, come accadde al Pisto quando con quel cappello venne coronata la sua definitiva immagine di cantafiabe vagabondo giorno dietro giorno per i canesei e i saisi delle strade più vecchie della sua Bassano, di qua e di là dall' antico ponte di legno, che Pisto ben conosceva sin da bambino.

I Pistorello stavano di là dal ponte Vecchio sulla riva destra del Brenta, dove il nonno faceva il carrador smartellando sulle tavole e sulle ruote dei carri agricoli a pochi passi dalla casetta dove un bel po' di anni prima, d'estate, soggiornava Jacopo Vittorelli, un altro illustre cantore di Bassano. I vecchi ricordavano che certe sere dalle finestre aperte, il Vittorelli faceva scuola di poesia a tutto il Borghetto: 

Guarda che bianca luna! / Guarda che notte azzurra! / Un'aura non sussurra / Non tremola uno stel.

Le donne quei versi li cantavano durante le feste, i maestri li facevano imparare a memoria nelle scuole: erano rimasti appesi nell' aria su in alto tra Ponte Vecchio e Castello: ogni tanto qualcuno provava a tirarli giù in una sera estiva di luna, poi volava via insieme. Già, volare, forse il filo rosso per arrivare al segreto di un uomo che ha costruito la sua poesia come evasione.

Alle elementari Pisto ragazzo aveva avuto per maestro Matteo Vidale, che certamente conosceva la lezione del "fanciullo artista", cara al Lombardo Radice alla scuola di San Gersolé, quella di Maria Maltoni: composizioni anche in versi si alternavano ai disegni, come quelli che andavano ad illustrare il Calendario della Montesca. Un aquilone in volo fu una poesia di successo dello scolaro Pistorello, un promemoria custodito gelosamente fino alla realizzazione di un sogno, quando nel 1940 arrivò la patente di volo a vela e fu possibile gettarsi nel vento col grande aquilone, con l'aliante.

Ormai era un ragazzo grande Gino, nato il 29 gennaio 1923, con un diploma secondario ottenuto studiando con passione di lettere e di scienze. Il padre, Giacomo, lavorava il rame a sbalzo, era capace di far miracoli, come ricordava il figlio, ma il miracolo vero fu tenersi vicino quel ragazzo ansioso di spazi e scalpitante d'indipendenza, di obbligarlo a imparare il mestiere mentre studiava, a farsi la mano come battirame e ad esercitare l'occhio nel disegno.

Quando i cipressi alti / drento le man del vento / sponcia co' 'e ponte / nel scuro de' 'a note ... / de fora del balcon / mi sento 'a to canzon.  / Pare / canzon del to marteo ... / canzon de ani duri / canzo n del nostro pan / e te torni da mi / cussì / da forte / co' la man alta par domare et rame / come che 'el fusse crea / come te fussi un Dio ... (PARE)

Anni duri quelli del primo dopoguerra, non c'era posto per il superfluo; Gino sognava una bicicletta, un paio di pattini, ma doveva accontentarsi di averli qualche volta in prestito e tante volte di guardare. Lo consolava, come poteva, mamma Amelia, che era una donna di forte carattere e di vivace intelligenza: è possibile che lei stessa abbia dato al figlio, con qualche esempio, un invito incoraggiante verso il comporre ritmico e l'evasione fantastica .

... anni fa / me mare xe partia / e co’ ea se moria / la vera giovinezza / serta maniera / de misurare 'l tempo. / La morte de 'na mare / la xe un strisso / nero sul soe / le paroe se fa dure / e la mente / comissia / a secare i ricordi / del to ritrato / de sora 'l comodin /  descioà / come un Dio che cascasse ... (MARE)

Quando il reduce tornò a casa, bisognava trovare un impiego e intanto non stare con le mani in mano; però le giornate erano corte a lavorare coi modelli della bottega paterna e la resa ancora più corta. Bisognava cercare un'altra strada e a Pisto lo diceva anche la Giannina Rodeghiero che nel 1953 sarebbe diventata sua moglie. Con lei avrebbe trovato casa poco più in su del Ponte Vecchio, lasciando Via Menarola che scende storta dalla Bassano più antica, giù dal Piazzotto dove si faceva mercato secoli prima che venisse costruito il Monte di Pietà con lo stemma a raggi di San Bernardino da Siena. In quegli anni qualcuno deve aver dato una mano al Pisto che era "ciapà mae", "ciapà pal colo come un secio al bigolo"; si era ricordato di aver tanti parenti e che a chiedere si poteva provare:

... Me barba merican / me impresta mie / el todesco altretanti / la me àmia francese / xe un fià dura de recia / queo de 'a da Cortina / el russa anzi el ronchesa / ma par sia sempre stato / un fià tiran. / Invesse me zerman / che lavora a Brussèe / prima che ghe lassa 'a pee / me slonga sinquesento. / Desso che i go tirai / me vardo dentro al specio / a me struco de ocio / e me spio / e rido da mi solo / tanto i' o sa /che no' i ga marcia indrio. (PARENTI)

Amici o parenti dovettero fargli strada fino ai banchi della Esattoria della Cassa di Risparmio, però con cartelle, numeri e conti Pisto si sentiva ammuffire, scappava in montagna tutte le volte che poteva e respirava il silenzio a pieni polmoni: Montagna / Mare mia / dess / che se sfassa / l'ultimo dì d'istà, / dess / che s'impissa rossi i fagari / e ingiotie da le basse / taxe ormai / bastarde musiche, / te torni /Mare mia, / vergine 'ncora / co' l'antica amicizia del silenzio ... (MONTAGNA)

Via allora dall'Esattoria, a due passi da casa, e fuori in periferia, dove ancora c'erano campagne aperte, occupato nelle Smalterie Metallurgiche Venete come disegnatore litografo. Poteva essere quello un porto d'arrivo e di quiete dietro le robuste spalle della struttura industriale, che aveva anticipato i successi dell'incontro tra tecnica e lavoro a Bassano prima della grande ripresa del secondo Novecento. Il disegnatore col pizzetto non tardò a farsi apprezzare non solo per quello che faceva sul banco, ma anche per disegni e scritture occasionali, per interventi di solito scherzosi sul foglio periodico dell'Azienda; però aveva sempre in mente le esperienze fatte col rame nella bottega paterna, pensava di poter passare dall'artigianale all'artistico.

Gli anni Sessanta furono fervidi con assaggi e ricerche in campi diversi, però tutti raccordati da esigenze di impegno artistico creativo, di originale comunicazione espressiva. Aveva molti amici tra i disegnatori e i pittori, tra gli appassionati dello scrivere poetico che avevano dato origine agli incontri e ai premi delle Acque slosse, tra i fedeli alle camminate in montagna.

Non mancavano le riunioni nella casa di Contrà del Sole, la ripida Via Gamba, che dopo il Terraglio corre giù verso il ponte, dove il Pisto si era trasferito da Via Menarola.

Quasi sempre affiorava il motivo del battirame, anche perché qualche pezzo nuovo da far vedere Pisto ce l'aveva sempre e da solo si domandava se non fosse giusto lasciar perdere il disegno litografico e mettersi a una prova di fondo col rame. Ne parlava con amici del Circolo Artistico Bassanese, di cui era allora presidente lo scultore e ceramista Danilo Andreose; lo incoraggiavano Federico Bonaldi, Vito Pavan, Nunzio Zonta, Zortea.

Pistorello voleva tentare una ripresa dello smalto su rame che aveva avuto grande fortuna nel Medioevo col sacro, poi tra Cinquecento e Settecento col profano ornamentale e con oggetti decorati o graziosamente rivestiti.

Ci voleva mano leggera, ma forte; un disegno nitido e arioso per sostenere il rilievo; il colpo d'occhio sull'insieme e la pazienza per la finitura dei particolari. Pisto già nel 1964 era stato invitato ad esporre nel Padiglione delle Arti Decorative della Biennale di Venezia e finì per concludere che quella era la sua vera strada.

Nonostante la "sua Giannina" avesse fatto a lungo resistenza, Pistorello ai primi degli anni Settanta lasciò l'impegno alle Smalterie, comprò un forno e si mise in proprio alternando agli smalti qualche pezzo di ceramica, talvolta un dipinto di paesaggio da incorniciare, un ritratto.

Di tanto in tanto venivano graffite anche sequenze di versi e un mazzetto venne mandato nel 1970 al Premio Abano presieduto da Diego Valeri. Proprio Valeri consegnò all'autore un diploma accompagnandolo con un lusinghiero riconoscimento, perché lo paragonò al poeta veronese Berto Barbarani, ben conosciuto.

Così di evento in evento si giunse anche al 29 gennaio 1973, giorno del 50° compleanno del Pisto con festa grande e ancor più grande impegno: non tagliarsi più la barba; sarà quella cascata fluente a diventar ornamento caratteristico del personaggio e motivo emblematico dei suoi numerosi ritratti, taluno anche di buona firma.

Non è mai facile ricostruire il percorso segreto di una persona:

Perché / ci son uomini / e uomini ... / e ogni uomo ha una voce / ogni barca il suo remo / ogni fiume / il suo mare. (Congedo di 52 DOMENEGHE)

Bisogna leggere e interpretare il libro nascosto per decidere se la conclusione di una esistenza è stata una macchietta o un personaggio, se il suo vero perché stava nel prima o nel poi, cercando di mettere insieme i frammenti di un messaggio. Dal 1975 Gino Pistorello non si occupò più di smalti e di rame; già allora dovevano esserci avvisaglie di quella malattia impietosa che dall'inizio cominciò a corrodere la possibilità di fare con le sue mani. Prese allora a poco a poco il sopravvento, come bisogno esistenziale, la comunicazione poetica che trasformava l'occasione personale o sociale in azione, tuffando nel vissuto e nelle relazioni con gli altri una peculiare qualità del vedere e del far vedere. Sentiva fortemente il bisogno di aprirsi ad un abbraccio per un vigoroso impulso di partecipazione al faticare e al pensare delle vicende umane in cammino verso l'ineluttabile scadenza della morte. Una possibile consolazione? Pisto stesso ne dava un esempio volando libero in giochi di sole e di ombre, in una giornata d'immagini secondo i capricci del vento.

Un campionario delle sue emozioni apparve nel 1977 sul Giornale di Vicenza ogni settimana e ne derivò il volumetto 52 Domeneghe pubblicato a Milano dai Fatebenefratelli. 

Lorenzo Manfré, nella Presentazione del volume Poesie che la Tipografia Minchio stampò a Bassano alcuni anni prima col concorso grafico illustrativo di alcuni amici pittori, definì Pistorello un contemplativo dominato da un "devoto candore".

"Le nuvole vaganti, il verzicare delle zolle a primavera, una vela incendiata di sole, un petalo rosa che si culla nell'aria sono i motivi semplici ed eterni che più lo commuovono e quasi lo sgomentano, ché lo turba il prodigio di tante caste apparizioni".

Qui la risorgiva del suo far poesia: Un santo fumegà / el xe poesia / 'na false ruzenia / 'na siesa co' 'na viola / sconta drento nel core / el specio dei lo oci / le paroe dei colombi / de sora 'l cornizon / el fiume e 'l so silenzio / che deventa canzon / un bandieron intrigà / ne l' albaro del vento. / El resto / el resto no. (POESIA)

Questa poesia non ha un modello, affiora come un altorilievo dallo scalpello che aggredisce la pietra oppure si dispone come il disegno di foglie colorate che lasciano i rami col vento. Che si tratti di leggende o di rievocazioni, di monti o boschi e prati, di insenature lacustri o marine piuttosto di intingere i pennelli nell'olio colloso sembra che 1'autore scelga di preferenza la leggerezza e la trasparenza degli acquerelli, non lavora per l'eternità, ma gioca o ride o piange sulle occasioni. Già le occasioni; ma non è il caso di assidersi sul sofà alto delle Muse, quando basta una bona carega. Di quelle occasioni si trovano tracce per tutta Bassano e più in là a cominciare dal Pick bar del Piazzotto Montevecchio, dove per anni si sono dati convegno pittori locali e foresti, incrociando a gara dipinti e brindisi. In più Pisto era sovente invitato a cene e pranzi, a comunioni e battesimi e sempre lasciava un ricordo, una sequenza di colori, un saluto da riprendere in canto, una composizione da musicare. Erano di solito festose improvvisazioni o riprese di motivi ritmici tipicamente suoi con gli estri e le coloriture giullaresche di chi si era affezionato al modello esterno del cantastorie e dell'amico pubblico, quasi un vivente simbolo collettivo. Poi, da solo con se stesso, cambiava il repertorio e anche la poetica. Diego Valeri, al Premio di Abano, accennò, come modello, a Berto Barbarani, ma quella del veronese è una poetica ben diversa, che ha forme mutuate dai poeti laureati, con coloriture a metà tra naturalisti e crepuscolari, con quadretti distesi sulle sinopie della città scaligera. Pisto non mancò di far omaggio a Sior Berto Barbarani in una sequenza scritta e cantata con un goto in man de recioto, ma è possibile che il Barbarani gli facesse venire in mente il Renato Simoni de La madonnina blu, che quando lui era scolaro veniva recitata a memoria con enfasi patriottica: "In una chiesa non lungi dal Piave ... ". La stessa modulazione la ritroviamo nel primo Pistorello, quello ancora stretto alle radici familiari del suo sentire:

Mi qua vegnevo co' la me nona / dopo la piova de primavera / çercar le viole par la Madona./ Sì me ricordo quel vaso: el gera / macià de verde, col Cristo nero / pa' 'l lume soto che ardiva a çera. / 'Desso me nona l’è in çimitero, / el vaso roto, se che le viole, / e la Madona da drio del vero / coi oci dolçi no' ga parole. / Pora Madona no, no' te scondo / un fià de pianto pa' i dì de sole / che più no' torna, ma forsi, in fondo, / che passe un anno, un giorno, un mese, / mi lo go sempre quel vecio mondo: / basta sognarle co' le so siese / basta pensarle senza gnessuna / nova bellezza, senza pretese: / fate de polvare e ciaro de luna. (VECIE STRADE)

Quel "vecio mondo", il mondo della sua infanzia era lo spartito principale del suo racconto cantato, prima che maturasse con le prove e con l'età una consapevolezza del suo far poesia più alta dei ricordi e degli affetti.

Mi 'ndavo co' me mama, / ricordo, dopo scola / verso 'na montagnola / 'na s-ciantafora man .... //  La "montagna del grijo" / l'avevo batezada / parché dentro ghe stava / un grijo nero nero.  //  Frugnando ne la tana / co' un toco de bacheto /  ciapà mi gò 'l grijeto / e a casa l' ò portà; e mi la mantegnevo / sta povara bestieta, / dentro de 'na gabieta, / co' foje de radicio.  //  Ma un giorno verso sera / no go sentido el canto; /  ricordo che go pianto: / el grijo gera morto, / le sate verso el çielo / dove la prima stela / façeva da candela / a la camara ardente.  //  Go fato 'el funerale / dentro 'na casettina / de solfo de cusina / impituria de nero / co' sora scrito "Grijo ... "(LA MONTAGNA DEL GRIJO)

Poi il poeta prende il largo e fa quadro come nell'Alba a Ciosa, là dove "se stua la Brenta /come un baso / su la boca del delta" o si diverte nei capricci de La caccia o de La pipa.

Cresciuto fuori di schemi e di modelli Pistorello era un creativo spontaneo, geloso della sua autonomia, un battitore libero con casuali richiami a rimatori medievali o a qualche tardo poeta ellenistico, ma tutta sua è la trasparenza del vedere le cose, il "candore" di cui diceva Manfré, e irripetibili le modulazioni emotive del rapporto natura-uomini, vita-morte.

Il motivo della morte ha riprese continue, diventa meditazione e racconto:  

Forsi la morte / xe sto nostro andare / coi brassi sbandonai / verso la sera. / Forsi la morte / la xe tuto / e gnente: / un urlo de la vita / el silenzio de un sogno / che se perde.(FORSI)

E' fatto di struggente malinconia questo congedo solitario dalla sequenza dei giorni vissuti a rincorrere sogni: Quando un omo / el xe straco / co' tuti i ossi roti, / e' se fa ' na valisa / che pesa squasi gnente / co' dentro / quatro strasse de sogni / e 'l va. (DOMAN)

Il traguardo della morte è la carta di tornasole della verità, il finale in passeggiata della carnevalata dell'esistenza, il momento in cui sempre tutti si diventa uguali.

A mi me fa da ridare pensare / che in fondo in fondo semo tuti uguali: / zente de lusso, bechi, cardinali, / servi, paroni, conti, lavandare: / el grasso co' la pansa in sospensorio, / el re del lardo e quelo del butiro, / el magro che me par 'na pena biro, / e la ganga che sta a Monteçitorio ... //  Ma non vedi dove se va a finire: / 'na bona ontada d'ojo degli infermi, / quatro sospiri, un s-cioco e ciao, mia cara! //  Vestio de pesso mi, ti de nogara, /  ma soci ne la fabrica dei vermi. (LA FABRICA DEI VERMI)

In poco spazio un dipinto grande, nell' immaginario, come certi affreschi che si allargano nei sottoportici di vecchi conventi. Cose importanti sono dette sottovoce da Pistorello con un guizzo di luce negli occhi e un accenno di sorriso, vicende di ogni giorno sono messe in mostra come stendardi ricamati in oro di una giostra cavalleresca, mentre i sentimenti profondi e appassionanti come l'amore o la tenerezza rimangono segreti, non possono essere regalati dal cantore al suo pubblico.

Soltanto ora si cominciano a capire le motivazioni della accettazione di Pisto da parte dei suoi concittadini, quelli che lo conoscevano e lo ascoltavano, forse anche per ridere divertiti o per sorridere con garbata comprensione. Leggerlo oggi è un' altra cosa, perché questo poeta dialettale fa pensare, dà una ricchezza d'immagini così vere che si finisce per appropriarsene. Non tutto di Pistorello è stato conservato, però il più e il meglio è stato raccolto in antologie, mentre in luoghi da lui frequentati resistono alcune carte murali talvolta con illustrazioni che integrano e decorano i testi: il battirame artista fa sempre capolino.

I testi ricapitolano gli scalini di un passato, ma vanno anche sicuri verso il futuro col messaggio di un uomo "dall'età sempre un po' imprecisa, rude e stravagante, capace di raccontare umori, amori, fede, illusioni, certezze, con l'estasi dell'eterno bambino, la freschezza e il candore del saggio, la grazia della mitezza, la gioia dell'uomo nuovo", 

Così Giandomenico Cortese nella Introduzione all'ultima antologia del Pisto intitolata, come un umile inchino e insieme lo sventolio trionfale di un vessillo, Poesia (Bassano, Editrice Artistica, 1997).

Il tempo farà le sue prede con l'instancabile rodio sulle coste lasciate dagli uomini dietro di sé, ma resisterà a lungo la struggente dichiarazione d'amore del cantore per la sua città alzando gli occhi su dai saisi e le case e le torri verso il cielo:

BASSAN çità de vento

Do anzoli de aria /  co' le trombe de arzento / sonava strane storie in paradiso / supiando pian e forte / forte e pian: cussì xe nato / el vento.

Ne la gran boca verde de montagna / che basa el me Bassan / adesso el sta de casa. 

'Na sberla, sberla bona / supio san / che spaùra i caivi, / che lustra le contrade,/ che sburna su le costole del monte/  scavejando 'i olivi / e slonga el sbatociar de le campane.

Ne la notte d'inverno, nel camin, / le ciàcole del vento / pare storie lontane. / El sìga, el sona, el pianse, el supia, el parla: / la foja zala el ninola sospesa, / el suga 'e strasse de la pora zente, / forsi l'è 'l fià de Dio / che disegna co' 'e nuvole le fiabe: un nissolo de gnente / dove se cuna dentro le sisìe.

Come finale sintesi valgono forse questi versi molto limati, dedicati al volatore notturno, al pipistrello (El Barbastrijo), ma con riferimenti sicuramente autobiografici, da confessione con la bocca stirata in un sorriso ma con le lacrime agli occhi:

La rondini xe siore / e le sverna in riviera / ma quando in primavera / le torna nei so gnari / le trova za nel blu / el barbastrijo griso / che ga finio / el so sono / ranicià / dentro 'l buso de un copo / al riparo da neve / e tramontana / col muso verso tera / squasi 'l gavesse / la paura del çielo. / 'L vola da imbriago / come 'l voesse / descatijare 'l cao / tuto intriga / del gemo dei pensieri. / Forsi 'l xe nato / un anzolo / sbalià.

Torna alla memoria il poeta nei suoi ultimi anni, quando aveva maturato nel viso, nell’espressione, nelle parole una figura antica, diventato com'era il simbolo della sua gente e della sua città. 

Enzo Petrini 

GINO PISTORELLO UN POETA PER AMICO

di NICO BERTONCELLO da Blu 2002 – Estate n.10


Bastava passare verso sera al Pick-Bar in “Piassoto dei socoi” o al bar da “Bisteca” ai gradini della Salita Ferracina per trovare Pisto. Quasi tutte le sere erano questi i suoi luoghi di ritrovo. Così dopo il lavoro qualche passavo a salutarlo. Una chiacchiera, un bicchiere assieme, quattro passi, un saluto e via. In certe occasioni trovavo anche la mogie Giannina, di ritorno dalle spese o dalla messa, che gli faceva compagnia prima di tornare a casa.

Al Pick Gino aspettava il passaggio degli amici, dei pittori Ilfiore, Breggion, Pavan e altri.

Da tempo aveva smesso l’attività di ceramista. A lungo la sua bottega vicino al Ponte Vecchio era stata un posto acaratteristico. Era Gino che la faceva tale.  Quest’uomo con la lunga barba grigia, era ormai conosciuto. Spesse volte aveva rappresentato Bassano , anche nelle televisioni nazionali, con i suoi versi, con le sue battute.

L’avevo conosciuto circa trent’anni prima. Lui era artigiano e io impiegato appena assunto all’Associazione artigiani. Ho cominciato a frequentarlo però un po’ più tardi quando con Eusebio Vivian, poeta dialettale, abbiamo fondato il gruppo “Amissi de ‘a poesia Aque Slosse” e subito abbiamo pensato di nominare presidente questo nostro patriarca. Era l’anno 1980.

“Però ognuno scrive come vuole – mi ha detto un giorno Gino – io non sono maestro di nessuno”. Ma i suoi versi, il suo modo di recitare mi restavano dentro. Non mi ha mai detto quali sono state le sue letture, i suoi “maestri”, ma certamente amava D’Annunzio e Garcia Lorca. A me sembrava  che per qualche sua frecciata, qualche suo verso illuminante, qualche suo atteggiamento, avesse anche un po’ di Ungaretti. Era amico di tanti, degli alpini, dei coristi, dei pittori, dei poeti, della gente. Si sentiva soprattutto un alpino, e non mancava mai alle sfilate degli annuali raduni.  Amicissimo del maestro Piotto, aveva fatto parte del Coro Monte Grappa, con il quale era stato anche all’estero. Coltivava la pittura. Aveva esposto in varie collettive e personali. Nel 1952 alla biennale di Novara  una sua opera era stata selezionata da una giuria formata da Casorati, Sironi e carena. Nel 1964 aveva partecipato alla Biennale di Venezia, per le arti decoratyive, esponendo sei smalti su rame. E’ stato tra i fondatori del “Circolo artistico bassanese”.

Amava la poesia. Anche qui aveva avuto grosse soddisfazioni e grandi riconoscimenti. Quello più di spicco è stato il premio Abano, ricevuto dalle mani del grande Diego Valeri. Altri premi al “Bragosso” di Chioggia, al “Grappolo d’oro” di Bardolino e prima ancora a Predazzo.

E’ innegabile che Gino è stato soprattutto un poeta, dovrei dire il poeta di Bassano. Era logico allora che i bassanesi, che ben lo conoscevano, a volte gli chiedessero qualche verso per un anniversario o per una particolare occasione e lui qualche giorno dopo arrivava con il foglietto scritto.

La riprova di questa sua disponibilità  l’ho avuta, dopo la morte di Gino avvenuta il 2 settembre di tre anni  fa, quando la moglie Giannina mi ha dato alcuni suoi appunti, quelli inediti: tantissime dediche.

Tanti fogli, ritagli, biglietti abbiamo ora che il gruppo “Aque slosse” si sta attivando per riportare tutto al computer; non molte poesie intere perché tante sue composizioni le conservava solo nella memoria.

Per carpirgli quelle che non erano state pubblicate, bisognava aspettare le occasioni speciali, quando le recitava e magari avere un registratore o prendere appunti. Il dialetto è stato il suo grande amore e il percorso dei testi editi assai lungo.

Nel 1961pubblica il suo primo opuscoletto, che contiene una decina di poesie, intitolandolo “Strissi e ciacoe”. Tutta la raccolta viene poi ripresa nella nuova pubblicazione del 1974, intitolata “Poesie”, per i caratteri di Minchio e illustrata da cari amici pittori, come Borghi, Breggion, Fedetto, Galuppo, Magnolato e presentata anche al museo di Milano.

Nel 1979 è la volta della raccolta “53 Domeneghe”, con poesie scritte settimanalmente nel 1977 per “Il Giornale di vicenza” ed infine nel 1997 ecco l’antologia “Poesia, data alle stampe qualche mese prima della sua morte.

Pur essendo stato uno dei primi poeti dialettali, non ha mai avuto l’onore di essere inserito nelle antologie della critica ufficiale, ma lui non ne ha fatto mai un cruccio.

Per il suo modo di affrontare la vita, dal giornalista Giandomenico Cortese è stato definito “L’ultimo bohemien di Bassano”.

Dei suoi vecchi tempi ci ha raccontato tanto quando certe sere ci trovavamo a casa di Eusebio Vivian sulle colline delle Acque, per programmare gli incontri, le iniziative, le recite, il premio di poesia “Aque slosse”. Ci diceva delle sue esibizioni nei grandi teatri del Veneto con gli amici poeti Giano Perale di Belluno, e Emanuele Zuccato di Vicenza.  Di quella serata di gala a Orgiano invitato dal conte Piovene, dove aveva conosciuto Giovanni Comisso e Orio Vergani, e, finita la festa, per un disguido era dovuto rientrare a piedi a Bassano partendo dalla Piazza dei Signori di Vicenza. Di quando a Primolano, perché ormai era notte e il treno non proseguiva fino a Bassano, aveva chiesto aiuto alla polizia stradale per fermare e convincere qualche automobilista a dargli un passaggio fino a casa.

Gino era straordinario e alla sua maniera era di compagnia. Quando penso a lui non posso dimenticare alcuni momenti particolari come quella sera che alla fine di una recita alla Biblioteca comunale di Galliera Veneta, in piazza a mezzanotte si è messo a declamare davanti alla chiesa, alla luce dei lampioni, la poesia in italiano “Il tempio di Dio”: Il tempio di Dio/ era nel bosco/ il tempio di Dio/ è canto  al ruscello/ e nel ruscello stesso/ ovunque era il tempio di Dio/ e le sue colonne/ erano di pietra viva/ e di nubi gli archi/ ma gli uomini stolti/ non lo videro/ e ne distrussero le colonne/ per fabbricarne un altro./ Ahimè! come può vivere/ una grande aquila/ in una gabbiuzza per grilli”. Ed è stata una folgorazione.

Da anni aveva smesso di partecipare ai concorsi, però, finché è stato in salute, è venuto con il gruppo delle “Aque slosse”  alle varie recite, ai vari incontri.

Ma basta pubblicazioni, basta poesie nuove. Negli ultimi anni la sua vena si esprimeva prevalentemente nella satira. Ecco allora le composizioni satiriche di forte attualità, che messe in bella copia dal pittore Nico Lorenzon, venivano appese alle pareti del Pick Bar a disposizione di tutti. La sua era una penna pungente, sapeva avere il guizzo e la sferzata della vera satira. Era un verso che colpiva sia la la politica che i personaggi. 

Non era tanto propenso a dare un suo giudizio alle poesie, ma aveva accettato di far parte della giuria di importanti premi e non poteva certo mancare a quello delle “Aque slosse”. Sapeva subito individuare le poesie valide, per le quali si batteva fino alla fine.

Con sua grande soddisfazione e quasi di sorpresa, ad una festa di San Bassiano, l’Amministrazione comunale conferisce a Gino Pistorello una targa di benemerenza al premio cultura “Città di Bassano”. Nel 1995 l’organizzazione del premio “Aque slosse” e il Comune di Bassano gli assegnano il premio “Alfiere d’oro” per la poesia. Nel 1998, il Circolo amici della stampa di bassano, per i meriti culturali, gli attribuisce il premio “Vechio Ponte” e in quella occasione l’Amministrazione di Bassano gli consegna una medaglia d’oro con uno stemma della città. Infine sempre nel 1998 , gli viene assegnato “L’ulivo d’oro” al premio di Nanto.

Gino a volte sembrava un duro, uno scontroso, ma era invece capace di commuoversi davanti ad un tramonto, al mutare delle stagioni, era un uomo  provato dal dolore, che credeva nei valori dell’amicizia, dell’amore ai patria, della famiglia.

La sua poesia è stata comunicazione di immagine, così come faceva per la pittura, con tratti essenziali, ma il tutto velato spesso con un filo di tristezza. La sua bravura è consistita nel condensare in poche parole la molteplicità dei sentimenti  e delle emozioni che gli pulsavano dentro.

Per la sua alta qualità Gino Pistorello deve essere considerato il vero cantore di bassano. Alcune sue poesie sono state addirittura musicate dal maestro Marco Crestani, e vengono eseguite ancor oggi dai migliori cori del comprensorio.

Oltre alla speranza che i suoi versi inediti possano essere pubblicati quanto prima, sarebbe auspicabile che qualche giovane studente universitario pensasse ad una tesi di laurea su questo importante autore bassanese, per una giusta e definitiva valorizzazione.

(Su un pezzo di carta)

Ho scelto

nella mia vita

un giorno

per il corpo

ed un giorno

per l’anima.

Ma mentre

quello per il corpo

lo dedico

alla buona cucina,

l’altro

lo lo dedico al bere

poiché

ho l’animo

assetato…

di giustizia.

(Ultima poesia)

Amo

camminare nel vento

come un dio

decaduto

che non può

resuscitare una cometa

né la fiaba di ieri.

***

pubblicato 02-09-2017