CARTIGLIANO - LA CAPPELLA DEL ROSARIO - GLI AFFRESCHI DI JACOPO E FRANCESCO BASSANO

CAPPELLA DEL ROSARIO di CARTIGLIANO


GLI AFFRESCHI DI JACOPO E FRANCESCO BASSANO


di Vasco Bordignon 


CENNI STORICI

Gli anni che precedettero la realizzazione della pittura di questa cappella, un tempo presbiterio del SS. Sacramento della piccola chiesuola dipendente dalla Chiesa madre di Santa Maria in Colle di Bassano, furono gli anni del Concilio di Trento (1545-1563) e della controriforma, intesa a ravvivare la Chiesa nei suoi principi basilari della fede e dei sacramenti in particolare quelli dell’Eucarestia e della Confessione, e ad una completa riorganizzazione delle figure ecclesiastiche, in particolare dei Vescovi, in risposta alle vicende di Martin Lutero e alle conseguenti basi teorico-pratiche del Luteranesimo. 

Orbene a Cartigliano il 22 luglio del 1553 venne affidata la parrocchia a don Iseppo Rolandi, facoltoso sacerdote bassanese, che subito  si dimostrò preparato e zelante.

Cinque anni dopo – come scrive il Signori – nel momento in cui le dichiarazioni dogmatiche e le riforme liturgiche del Concilio di Trento, affidate alla responsabilità pastorale dei vescovi , entravano nel vivo della vita diocesana e parrocchiale, il vescovo stesso Matteo Priuli fece visita alla chiesa di Cartigliano per rendersi conto personalmente di come era gestita  l’Eucarestia  e si soffermò principalmente davanti alla cappella del Santissimo e notò con un po’ di amarezza che era priva di qualsiasi decorazione e di tale sentimento fece partecipe lo stesso don Iseppo.

Alcuni anni dopo questo incontro, don Iseppo prese contatto con il pittore Jacopo Dal Ponte, già conosciuto ai cartiglianesi perché vi aveva lavorato altre volte nella loro chiesa assieme al padre Francesco. Riprendendo lo scritto del Signori, Don Iseppo chiese al grande pittore bassanese di raffigurare le grandi Verità di fede dichiarate solennemente nella parte finale del Concilio (1563) mettendo in evidenza il significato salvifico della Grazia divina, ma anche quello della Libertà umana che deve collaborare con la Grazia divina osservando la Legge data a Mosè ed espressa nei Dieci Comandamenti. L’opera quindi dovrà sottolineare il valore sacrificale dell’Eucarestia, sottovalutato da Lutero e dai protestanti, esaltando la Messa quale memoriale della Passione, Morte e Resurrezione di Gesù, ed infine dovrà evidenziare l’importanza delle Fede, frutto dell’ascolto della Parola di Dio, ma non affidata ad una libera propria interpretazione, ma letta e compresa in modo particolare per mezzo  degli Evangelisti, dai Padri della Chiesa e del magistero dei Pontefici.

Nel 1575, Jacopo, avendo avuto il consenso al suo progetto da parte di don Iseppo, con il figlio Francesco diede avvio al lavoro e lo terminò sicuramente nello stesso anno, come da data apposta dallo stesso grande maestro sulle tavole della legge tenute da Mosè.  

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la data 1575 presente nel dipinto delle Tavole della Legge

Scrive ancora Signori “L’insigne pittore bassanese impostò la decorazione a partire dall’alto, dipingendo sulla volta a vele della cappella riquadrate da fasce di fiori e frutta, gli Evangelisti e, accanto a ciascuno i Padri della Chiesa; sulle pareti, entro lunette, su uno zoccolo dipinto a finto tessuto, raffigurò a destra la storia del peccato originale e delle sue conseguenze (la cacciata da Paradiso), che, però, grazie alla passione e morte  di Cristo, prefigurate dal Sacrificio di Isacco, non sono così irreparabili da privarci dal colloquio con Dio come ci insegna Mosè che dialoga sul Sinai con il Signore. La parete di fondo è sfondata da una pilastrata con cornicione aggettante, davanti ai quali sono collocate le due figure apostoliche di San Pietro e San Paolo, rappresentanti della Chiesa”.

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lo zoccolo a finto tessuto da dove poi dipartono le lunette delle pareti laterali (nord e sud)

I lavori furono brevi per la grande esperienza e vigilanza dell’anziano Jacopo e per il vigore creativo ed operativo del giovane Francesco. E non mancò un preciso intervento di Jacopo su una eccessiva libertà espressiva sulle nudità di Adamo ed Eva, tanto che viene descritto da Ridolfi e ripreso dal Verci. Ricorda infatti Ridolfi nel 1648, scrivendo sulla vita di Francesco,  “ In Villa di Cartigiano  fece a fresco nella Cappella Maggiore i quattro dottori della Chiesa, e dalle parti il divieto fatto da Dio ad Adamo & Eva; e come indi vengono discacciati dal Paradiso dall’Angelo, per lo trasgredito precetto. Ed in queste ancora prestovvi alcun aiuto Francesco, il quale avendo fatto le parti pudende ad Eva svelate, le ricoperse il buon vecchio con un ramo di fronda, dicendo: non convenirsi in luogo sacro minima occasione di scandalo". 

E proprio a Ridolfi (1648) appunto  che si deve la prima sintetica descrizione degli affreschi, tralasciando la parete di fondo forse perché coperta interamente da drappi appesi all'attuale altezza delle zone lacunose orizzontali. 

La descrizione dei soggetti nel Verci nel 1775 è integrale, anche se le pitture risultano "assai danneggiate e guaste" e la parete di fondo largamente coperta dall'alzato dell'altare ligneo seicentesco, rimosso nei lavori degli anni 1954-55. Scrive infatti il Verci in relazione alle opere di Francesco su Cartigliano “ E’ questi un Villaggio del Bassanese, nella cui Parrocchiale assieme a Giacomo suo Padre dipinse  a fresco tutta la cappella a lato dell’Altare maggiore ora detta del Santissimo Rosario. Sotto il volto diviso con una larga fascia di fiori, di foglie, e di frutti in quattro specchi, si veggono i quattro Dottori della Chiesa in compagnia de' quattro Evangelisti. Dal lato dell'Evangelio, Cristo in croce in mezzo a' due ladroni, e a basso numero infinito di popolo, e di manigoldi, colla Vergine Madre svenuta in braccio alle sante Donne. Dal lato opposto, Adamo ed Eva che mangiano il Pomo, e come indi vengono discacciati dall'Angelo per il precetto trasgredito. Scrive il Ridolfi, che avendo fatto le parti pudende ad Eva svelate, le ricoperse il buon vecchio con un ramo di fronda dicendo: non convenirsi in luogo sacro minima occasione di scandalo. Di dietro all'Altare si vede il Sagrifizio di Abramo, Mosè che adora Dio nel Rovetto, e S. Simone Apostolo, e S. Andrea. Queste pitture esistono tuttavia, ma assai danneggiate, e guaste".

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GLI AFFRESCHI


PARETE SUD

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Centralmente una finestra, dipinta con una serie ripetitiva di elementi di breccia gialla, divide in due episodi la scena del Peccato Originale: a sinistra Eva, vista di schiena con abbondanti carnosità rosate delle membra, offre il frutto proibito ad Adamo sotto l’avvolgente tentazione del serpente sull’albero del Bene e del Male, e a destra l'Angelo scaccia dal Paradiso i due progenitori accomunati dalla torsione dei corpi nella consapevolezza della disubbidienza e della colpa.


PARETE EST O CENTRALE (AD ESCLUSIONE DELLA PALA DEL MONTAGNA)

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Anche sulla parete centrale vengono raffigurate due storie bibliche: a sinistra la figura del patriarca Abramo che sta per immolare il giovane figlio Isacco, mentre a dx la figura di Mosè colto di schiena, che con il corpo si protende verso l'Eterno Padre che gli sta consegnando le tavole della Legge. Le due scene sono ambientate sul tappeto erboso di un verde terrapieno, mentre sotto vi sono le due figure di san Pietro e san Paolo che danno origine ad una serie di pilastri marmorei coronati da capitelli ionici, sormontati da un sottile pulvino, che vanno a costituire un ambiente semicircolare segno di apertura, di accoglienza. E’ possibile, tra altre ipotesi, vedere in questa rappresentazione come possa esistere una continuità tra il Vecchio e Nuovo Testamento, e una convivenza tra Ragione e Fede.


PARETE NORD

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E’ interamente occupata dalla Crocifissione, con zone dove l’umidità ha alterato il tessuto pittorico. Vi è una grande orchestrazione drammatica ben evidenziata da Fabrizio Pietropoli:  “le tre croci spinte verso l'alto incombono con i corpi immersi nel turbinio dei vapori arrossati del cielo; i gruppi laterali commentano l'evento tra le nervose criniere dei cavalli; gli sgherri si giocano a dadi la tunica di Cristo; il vecchio con turbante incede a capo chino sull'asino guidato dal giovinetto; le pie donne in primo piano assistono allo svenimento di Maria da cui si erge l'impietrita figura orante di Giovanni. Il tutto frammentato e agitato dalle scale, dalle lance, dallo stendardo rosso e dai perizomi svolazzanti; un'umanità assorbita dalle incombenze quotidiane, dall'avidità e dalla violenza su cui poggia il sacrificio del Salvatore”.

LA VOLTA

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vela ad est, centrale con l'evangelista Giovanni, l'aquila e il Papa Gregorio

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dettaglio della precedente

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vela a sud, con l'evangelista Luca, il bue e Sant'Agostino

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dettaglio della precedente

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vela ad ovest, con l'evangelista Matteo, l'angelo, e Sant'Ambrogio

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dettaglio della precedente

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vela a nord, con l'evangelista Marco, il leone e San Girolamo

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dettaglio della precedente

La volta è a crociera divisa in quattro vele contornate da una decorazione ben delimitata e lavorata da sembrare un lavoro di traforo. Le stesse lunette delle pareti si innestano nei costoloni della volta che si arricchiscono di una dovizia di festoni verdeggianti ricoperti di frutta e si congiungono al centro, come un cespo da cui sembrano originare, rappresentato  da un tondo dorato stellato. Riprendo lo scritto di Pietropoli su questo argomento: “Nei quattro campi triangolari si dispongono le grandiose visioni degli Evangelisti e dei Dottori della Chiesa. Le figure accoppiate degli estensori dei Vangeli e degli interpreti dei testi e difensori della fede si adagiano con grande naturalezza sulla curvatura dell'arco in un sapiente gioco di manieristica e pacata bilanciatura incernierata dai simboli dei quattro Evangelisti: Marco appoggiato al leone, scruta il grosso tomo della Vulgata su cui insiste l'infuocata nota del vestiario cardinalizio di Girolamo; Matteo intento alla lettura del volume retto dall'angelo, con le grosse gambe muscolose ostentate in primo piano si piega verso l'imponente e ben piantata stazza di Ambrogio che impugna il flagello a tre code allusivo alla Trinità e alla condanna dell'eresia ariana; Luca con il volto di un eroe pagano, riverso sulla schiena del toro, regge un cartiglio e ripete in controparte l'abbandonata posizione di Agostino, che sulla piega del manto indica il cuore ardente, simbolo del suo fervore religioso; Giovanni, proiettato in avanti con la gamba che esce sul cornicione, sembra accosciarsi sull'aquila in contrasto nella sua freschezza giovanile con la rubiconda e sbilanciata massa di papa Gregorio, quasi appesantita dalla tiara, dal piviale e dalla mole del librone ben squadernato sulle ginocchia”.

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Mi è parso di trovarmi in una piccola Cappella Sistina, e sono rimasto incantato. (VB)

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FONTI DOCUMENTALI

Muraro Michelangelo. Il ciclo di Cartigliano e altri affreschi di Jacopo da Ponte. Ente Provinciale per il Turismo, Vicenza, 1960.

Pietropoli Fabrizio. Gli affreschi di Jacopo e Francesco Bassano. In: Cappella del Rosario. Affreschi di Jacopo e Francesco Bassano. Parrocchiale di Cartigliano 1575. Bozzetto Edizioni, Cartigliano, 2008. [questa pubblicazione rappresenta sia dal punto di vista conoscitivo che dal punto di vista artistico il più bel lavoro pubblicato sull’argomento]

Ridolfi Carlo. Le maraviglie dell’Arte, overo le Vite degl’Illustri Pittori Veneti e dello Stato. Parte prima. Venezia, 1648.

Signori Franco. Cartigliano nella Storia. Comitato per la pubblicazione “Cartigliano nella Storia”. Artegrafica Sociale Cittadella, 1998.

Verci Giambatista. Notizie intorno alla vita e alle opere de’ Pittori Scultori e Intagliatori della Città di Bassano. Venezia, 1775.

******** NB. se ci fossero errori o integrazioni da fare, sono sempre a disposizione. (VB)

Bassano del Grappa, martedì 23 agosto 2016