NOVE - CITTA' DELLA CERAMICA - CENNI STORICI


NOVE, CITTA' DELLA CERAMICA


CENNI STORICI


di Vasco Bordignon 


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QUESTA E' NOVE IN UNA IMMAGINE AEREA DI POCHI ANNI FA (da Operaestate)

L'inizio della sua storia non trae origine da antichi lignaggi, ma da eventi naturali che hanno permesso poi all'uomo di viverci, di riprodursi, di lavorare e creare lavoro.


Rispetto ai centri di Bassano e di Marostica, la presenza di insediamenti umani a Nove è da ritenersi alquanto più tardiva perché  l’attuale località, nei tempi antichi, rappresentava la zona dove le acque del Brenta e di suoi affluenti scaricavano non solo la forza delle loro acque alluvionali  ma anche la massa di detriti che portavano al loro interno. Ma non solo le acque del Brenta rendevano inospitale questa zona, vi era anche il rischio di  passaggio di tribù nomadi essendo priva di difese.

Nel 589 d.C. vi fu una insolita eccezionale piena del Brenta che ruppe gli argini e allagò gran parte del territorio tra Marostica e Cartigliano,  e per secoli il Brenta fu padrone assoluto di questo tratto di terra,  modificando così il suo precedente corso tra Cartigliano e Rosà. 

I danni della rottura del 589 distrusse a Marchesane  tutte le abitazioni e coprì di ghiaia questa pianura. Tale contrada di Bassano, che confina con Nove, fu chiamata Riva Rotta. La zona di Travettore fu così chiamato da “Trajectorium” perché si traghettava la gente con barca. 

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Ancora oggi l'alveo del fiume è sempre ricco di di vari detriti e di ghiaia 

_foto_-_nove_-_BERENGARIO_I_-_Documento1Un altro avvenimento da ricordare è quello che riguarda la calata degli Ungheri nell’anno 899. Scrive il Verci [con qualche inesattezza] nella sua Storia della Marca Trivigiana e Veronese pubblicata nel 1786: “ … improvvisamente uscì dalle parti più remote della Germania una barbara nazione a portar nell’infelice provincia le più rovinose desolazioni. Questa nazione fu quella degli Ungheri, chiamati anche Unni, Ungri, e Turchi da alcuni antichi scrittori. Questi popoli feroci e crudeli entrarono pel Friuli in Italia al principio del novecento. Senza trovare alcuna opposizione attraversarono il Friuli, ed entrarono nella Marca Trivigiana esercitando le loro crudeltà sopra quelle miserabili mal difese provincie. Giunti alla Brenta guadarono il fiume in un sito presso alla Villa di Cartigliano, che ora è del territorio di Bassano, il qual luogo per più secoli conservò il nome di Vadum Ungherorum, finchè da un altro passaggio di un esercito Tedesco si mutò in quello di Teotonicorum. Non frapponendosi alcun ostacolo scorsero [attraversarono] il Vicentino, il Veronese, il Bresciano fino al Ticino, come un vento impetuoso che abbatte case, e schianta alberi, e porta la più miserabile desolazione per tutto dove passa. Il re Berengario sorpreso dalla comparsa di queste genti straniere radunò in fretta un esercito tre volte più copioso di quello  degli Ungheri. Con queste forze andò contro de’ barbari, i quali accortisi dello svantaggio rincularono [ritornarono indietro] fino all’Adda. Inseguiti dall’esercito Cristiano giunsero poi nel Veronese, e pel Vicentino al fiume Brenta per passarlo in quel sito, dove lo avevano guadato al loro arrivo.  Credevano di poter fuggire in Germania per quella parte, ma trovandosi alle strette [nb. il fiume Brenta a causa delle piogge incessanti s’era fatto grosso e quindi non guadabile ] mandarono al Re Berengario, supplicandolo di volerli lasciar andare in pace con esibirsi [con l’impegno] di restituire tutti i prigioni [prigionieri] , e tutta la preda, e di obbligarsi di non ritornar mai più in Italia. Ostinato Berengario a non voler dar quartiere a que’ barbari li ridusse alla disperazione. Però risoluti di vendere ben cara la vita loro improvvisamente vennero ad assalire i Cristiani, che dolcemente attendevano a bere e mangiare [nb-era il 20 settembre 899, secondo il Settia]. Non fu quello un fatto d’armi, ma sì bene macello di chiunque non ebbe la fortuna di salvarsi colla fuga. A niuno si perdonò, tanto erano inviperiti que’ cani. Il Re Berengario screditato ed avvilito andò a rinserrarsi nelle Città più forti; e que’ barbari allora senza opposizione inondarono tutta la Lombardia mettendo ferocemente a ferro e fuoco tutto la infelice provincia, imperciocchè Padova, Trivigi e Vicenza furono le prime a provare gli orridi effetti della loro crudeltà.”

Le acque del Brenta, che a quei tempi non erano certo regolate da nessuna opera, dopo il 589 si spostarono lentamente verso ovest distanziandosi dal territorio marosticense e avvicinandosi, non molto prima dell’anno 1000, a quello di Cartigliano. Le acque così lasciarono un largo tratto del vecchio alveo ghiaioso, il quale piano piano dette luogo a piccoli pascoli, e venne chiamato la Vegra della Brenta o Vegra delle Nove.

Tale tratto restò a titolo di livello perpetuo alla Comunità di Marostica su concessione prima della dominante città di Vicenza e poi nel 1339 dai Dalla Scala di Verona. Poi passò ai Visconti di Milano e infine dal 1404 alla Repubblica di Venezia sino alla sua caduta nel 1797, passando alla Francia, e successivamente all’Austria fino al 1866 quando il Veneto venne incorporato nel Regno d’Italia.

Tale Vegra delle Nove o Vegra della Brenta quindi era una superficie di poco conto, dove crescevano stentate erbe, misero pascolo di qualche gregge, e sostanzialmente occupava l’attuale territorio del Comune.  Solo nel XIV secolo si stabilirono con certezza qui le prime famiglie, su concessione di Marostica. La più antica di queste famiglie è quella dei Tomasoni, che sul finire del 1300 aveva cinque campi,  tra prato e arativo, coltivati a viti e alberi e tra questi scorreva una roggia proveniente dal Brenta, che nel tempo si ingrosserà e diventerà la Roggia Isacchina, che successivamente diventerà la località Molini al di sopra della Chiesa.

E’ verosimile che altre famiglie nel corso del secolo XIV presero dimora nella sassosa Vegra della Brenta. 

E’ proprio la disponibilità dell’acqua del fiume che ha consentito nel tempo la più ampia varietà di impieghi, quali i mulini da grano,  i magli da ferro, i folli da panni, e poi la fornitura da parte del fiume di pietrame utilizzato sia per l’edilizia e sia per la produzione di calce viva attraverso le calcare, e anche di materiali sassosi ricchi di carbonato di calcio e di quarzo che dai molini pestasassi producevano materiale che entrava nella formazione della terraglia. 

Nei primi anni del 1400 questa zona rappresentava una contrada di Marostica e fin da allora – per indicarla – venne  detta le Nove, col significato che erano le nuove terre, le nuove pertinenze. Secondo il Matteazzi (Gian Paolo, lo storico) invece il nome deriverebbe dal fatto che per molto tempo vi stettero e vi furono fabbricate solo nove case! 

Nel 1449 il numero delle famiglie nelle terre di Nove giunse fino a 40 e per le loro pratiche religiose dovevano ricorrere alla Chiesa matrice di Marostica e ai suoi sacerdoti.  La Comunità di Marostica dipendeva dal Vescovo di Padova fin dall’anno 1218 e vi rimase fino al 16 settembre 1818, quando, a seguito della bolla di Pio VII “De salute Dominici gregis” del 1° maggio 1818, con Marostica passarono alla diocesi di Vicenza i paesi di Nove, Schiavon, Friola, Breganze, Molvena, Pianezze e Mason.  In contemporanea vi fu il passaggio delle diocesi venete dall’Arcivescovo Metropolitano di Udine al Patriarca di Venezia. Le motivazioni per una loro chiesa divennero assai valide, e già in quell’anno (1449)  la comunità di Marostica regalò un fondo per le fondamenta della nuova chiesa, che fu ben presto costruita, nel posto dell’attuale sacrestia, e dedicata a San Pietro Apostolo.  Questa chiesa posizionata in direzione da ovest ad est  aveva tre altari: l’altare maggiore dedicato a San Pietro, gli altri due rispettivamente alla Beata Vergine e a San Giovanni. 

A mezzodì della Chiesa fu fabbricata una casetta perché vi risiedesse un loro prete, ma vi fu una fiera opposizione da parte dell’arciprete di Marostica per motivi non solo di potere, ma anche e soprattutto per fattori economici.  Comunque sia, intervenne il vescovo di Padova Fantino Dandolo che concluse la vertenza il 4 dicembre 1453  con una serie di disposizioni sia per quanto riguardava la nomina del sacerdote e dei suoi doveri di presenza nelle maggiori festività, sia a riguardo dei cittadini delle Nove che dovevano portare all’Assunta un candelotto di 2 libbre di cera nuova all’Arciprete, sia a riguardo dell’Arciprete cui veniva riservato il diritto di farsi pagare la metà del prezzo dei funerali  di ogni morto qualora venisse seppellito a Nove… Le varie incombenze religiose e quelle verso gli edifici di culto erano controllate e gestite dai massari, individui eletti annualmente dal popolo.  Ma per aver un prete bisognava avere a disposizione i mezzi per il suo sostentamento (vitto e vestito). Riuscire nell’intento non era facile anche perché le dotazioni per la Chiesa erano rappresentate da terreni che rimasero praticamente incolti  fino ad  oltre il 1600 quando si iniziò a metterli a coltura. Ma poi questi beni (453 campi) che nel 1630 erano stati tolti alla comunità e resi comunali, nel 1679 vennero venduti dal Magistrato di Venezia come campi incolti cioè vegrivi. Per vari periodi non vi furono sacerdoti perché non si era raggiunta la quota necessaria al suo sostentamento.

Nel 1501 vi fu la peste.

All'inizio del 1600  vi fu un progressivo aumento della popolazione per un  miglioramento delle condizioni e delle possibilità di lavoro e di commercio, e  si venne a determinarsi a Nove la presenza di due contrade una appartenente a Roveredo ed una a Marostica. Non potendo permettersi la costituzione di un comune proprio, dal 1633 accettarono l'incorporazione con la Comunità di Marostica.

Nel 1605 fu eretto il campanile, secondo il notaio Viero, ma il primo documento della sua presenza, durante la visita pastorale del vescovo Ormaneto,  è del 1571.

Nel 1630 vi fu di nuovo la peste e anche una eccezionale carestia che vide morir di fame molti poveri. Nove  però fu risparmiata dalla peste del 1631 mentre  in quello stesso anno infierì a Bassano con 2302 morti. 

Nel 1655 si attuò  un ampliamento o riedificazione della chiesa su disegno di Zuanne Bricito di Bassano a tre navate con cinque archi.

Nel 1672 fu costruito l’altare maggiore da Federico e fratelli Merli di Vicenza, in legno poi fu rifatto in marmo l'anno dopo; poi altare di San Giovanni evangelista, l'altare di S Antonio e l'altare dello Spirito Santo.

Nel 1700 la nuova chiesa si dotò anche di un organo, costruito da Carlo Beni di Venezia. 

Vi erano anche affreschi di Giacomo da Ponte il Vecchio che nel rinnovo della Chiesa del 1702 furono cancellati.

Sempre in questo periodo vi fu un ampliamento del cimitero.

Nel 1701 stanchi dei maltrattamenti e continui aggravi da parte di Marostica, quelli di Roveredo chiesero nuovamente la separazione che venne accettata, ritornando così alla situazione esistente prima del 1633.  Ma anche gli abitanti di Nove, che erano da sempre sotto la giurisdizione di Marostica, chiesero di unirsi a quelli precedentemente inseriti con Roveredo. Così il 29 gennaio  1706 fu decretata la separazione di Nove da Marostica e quindi Nove divenne comune autonomo.


_foto_-_nove_-_LUIGI_XIV_-_540x_-_Documento8 01_-_NOVE_-540x_-__LEOPOLDO_I_-_Documento71704, 4 di luglio. “Il passaggio dei Todeschi”. Interessante la descrizione fatta dal Memmo nel 1754 su questo evento. “Si sa che la morte del Re di Spagna Carlo II senza figliuoli, seguita nel 1700, cagionò la gran guerra fra l’Imperatore Leopoldo , e il Re di Francia Luigi ‘l Grande, pretendendo Quegli ‘l dominio delle Spagne, come legittimo Erede in mancanza di Maschi; e l’altro di porre in quel Trono il Nipote Filippo Duca d’Angiò, chiamato al Reame di Spagna col Testamento del Re defunto: e quindi deliberata la guerra, calarono in Italia 40. m. Tedeschi sotto la condotta del Principe Eugenio di Savoja, la maggior parte pel Vicentino alla volta di Schio. Egli è vero che cotesta Guerra non apportò una minima conseguenza funesta allo Stato Veneziano, mercé la nostra Serenissima Repubblica di consiglio sempre sapientissimo, la quale seppe mantenersi Spettatrice indifferente senza essere tocca dal fuoco, che ardeva intorno.  Ma pure in siffatte contingenze non lasciava Bassano di vivere con istraziacuore, e con molta apprensione di male, se non per conseguenze di guerra, per li danni almeno, che poteansi ben prevedere nella necessità, in cui eravamo di dar qui passaggio, e soffrir la vista dell’arme guerriere. Così fu al 5 di luglio 1703 che vennero giù tre mille Tedeschi di Cavalleria per la strada di Brenta, e passarono per il Borgo del Margnano, indi ascesero alle Fosse, prendendo la via verso San Pietro in Perno; e in que’ contorni, di là però del brenta, pernottarono. Il popolo di Bassano, dopo la guerra della Lega, non avvezzo oramai più a vedere somiglianti comparse, erasi messo in confusione e in tumulto: e i Bombardieri armati guardarono con Cannone le Porte per quattro giorni. Bassano poi divenne una Città di rifugio per li poveri Trentini, i quali udendo che i Francesi eransi anche impadroniti fuor d’ogni aspettazione del Castello d’Arco al 17 di Agosto 1703, qua tuttodì concorrevano, e con più franco piede portaronvisi, allorché si accorsero esser tutta propensa la nostra Città a da loro un cortese ricetto, ed accoglierli dentro a sé come un asilo. Oltre moltissimi adunque di que’ Signori di Trento, vennero anche qua le Monache di Santa Chiara della medesima Città in numero di 34 al 28 Agosto 1703, e furono alloggiate nella Casa presso i PP. Cappuccini, ch’era del Sig. Niccolò Beltramini, ora della Famiglia Ronzi, ove riceverono la più interessata assistenza dal nostro Provicario di Bassano, a cui erano state raccomandate dal Principe e Vescovo di Trento; come pure s’impegnò con tutto l’amore la nostra degnissima Casa Golini, perché fossero ben trattate e servite, conforme agli uffizj, che da quella parte erano ad essa venuti. Anche le Monache d’Arco avevan preso ad affitto il Convento di San Donato in Capo al Ponte per trovare ricovero, ma poi non vennero. Nell’attacco di Vercelli, fatto da’ Francesi nel mese di Giugno 1704, che fu la prima operazione in Italia, I Tedeschi, che ritrovavansi in Ostiglia, conoscendosi inferiori di forze, pensarono bene di ritirarsi col Cannone, e però fatta la strada di Biron, Villaggio non molto discosto da Vicenza, arrivarono il 4 di luglio in Venerdì nella Villa della Nove Territorio Vicentino, 4 miglia distante da Bassano, in numero di due mila tra soldati, ed altra gente, che assisteva alla condotta di molte Donne, di Bestiame, Cannoni e robe alla somma di 880 carriaggi.  Qui bisognò che la nostra Comunità a tutte sue spese facesse erigere un Ponte, onde codesta Gente, e Convoglio potesse passare il fiume Brenta, e dal vicentino tragittasse nel Bassanese, per prendere poscia la via di Germania.  Nel dì 6 giugno si fece adunque codesto Ponte da Francesco Galvan, Capo principale, e Gianmaria suo fratello, con molti Operaj di Bassano, in un giorno e mezzo. Il Ponte veniva a riferire nel bassanese di sopra all’Edifizio del N.H. Capello Morosini. Gettarono dieci grandi e forti Cavalletti in mezzo al Fiume, poscia vi attraversarono sopra alcuni Scaloni dall’una all’altra riva, e sopra ancora vi misero altri legni vicinissimi gli uni agli altri, indi per lungo una mano di tavole, e un’altra mano per traverso, finalmente una linea di grosse tavole, per dove giravano le ruote. Passò tutto felicemente: e da ciò in poi non ebbe Bassano a patire verun’altra molestia; e le patite furono a dir vero leggieri, cosicchè sopravanzò di molto le medesime il piacere, che avemmo, di dare ospitalità amorosa a’ que’ moltissimi Signori di Trento, che qua vennero per rifugio. (da nota di pagg. 100 e segg. dell’opera di Francesco Memmo)

Nel 1707, 1716 e 1719 vi furono delle piene del Brenta con allagamenti tali da dover andare in Chiesa con la barca.

Nel 1718  Matteazzi così scrive della situazione locale :  “S’andò posteriormente col sopranominato motivo della vicinanza del fiume Brenta sempre più aumentando questa Villa tanto di fabbriche particolari, quanto di edifici da macinare, da segar legnami, da ferro, da pestar pietre, orsoli alla bolognese e d’altra sorte, et ivi conseguentemente d’habitatori  che necessariamente sono tirati alli luoghi di traffico, onde presentemente comparisce per una delle migliori ville di questa nostra giurisdizione.” 

Nel 1727 iniziò la produzione ceramica a Nove, per interessamento di Giò Batta Antonibon che fin dal 1719 (26 aprile) si era messo in società con Giovanni Maria Moretto di Giacomo, a Rivarotta, tra Angarano e Nove,  per un “negozio di cristallina, cioè piatti ed altro”, usufruendo della fabbrica e del molino del Moretto.  Nel 1727 aprì una propria fabbrica a Nove, avvalendosi di operai della manifattura Manardi di Bassano, che stava in profonda crisi tanto che nel 1743 chiudeva definitivamente.

1751. La produzione novese è già molto conosciuta tanto che nel 1751 nel Nuovo Dizionario Scientifico e Curioso Sacro-Profano Gianfrancesco Pivati scrive  parlando del territorio vicentino “ In un sito chiamato le Nove sulla strada di Vicenza in poca distanza da Bassano, fabbricansi colla terra del paese delle stoviglie finissime, per diversi usi, e sono dappertutto molto stimate, e ricercate”.


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_foto_-_nove_-_feldmaresciallo_WURMSER_-_540x_-_Documento1_foto_-_nove_-_alvinczy_-_540x__-_Documento2

1796, il 6 di novembre è la data riferita alla Battaglia delle Nove tra le truppe del Generale Bonaparte e quelle austriache dell’Alvinzy.  Già all’inizio del 1796 il giovane Bonaparte aveva ottenuto ripetute vittorie sia sugli Austriaci che sui Piemontesi. Ma gli Austriaci, nonostante una nuova sconfitta a Lodi e sul Mincio, non desistettero e al comando del generale Wurmser con 60 mila uomini affrontarono Napoleone che inflisse loro gravissime perdite a Lonato e a Castiglione (20 mila in 8 giorni). Napoleone volle inseguire il Wurmser, ma giunto a Trento non vi trovò più il generalissimo austriaco il quale con una mossa a sorpresa aveva deciso di scendere attraverso la Valle del Brenta  per poi dirigersi verso Vicenza e Verona allo scopo di chiudere i francesi in Tirolo separandoli dalla Lombardia. Napoleone, compreso il piano dell’austriaco, con straordinaria velocità l’8 settembre lo raggiunse a Bassano e ne inflisse una grande disfatta, talché il Wurmser trovò rifugio a Mantova con una perdita di altri 20 mila uomini tra morti, feriti e prigionieri.L’Austria però non stette a guardare, e inviò il generale Alvinzy con 40 mila uomini dal Friuli verso il Piave e la Brenta, e il generale Davidowich con 18 mila _foto_-_nove_-_MASSENA_-_IL_GENERALE_-_540x_-_Documento9_foto_-_nove_-_il_generale_AUGEREAU_-_540x_-Documento6uomini attraverso la Valle dell’Adige per raggiungere Verona con lo scopo di liberare poi Mantova. Bonaparte intanto aveva inviato a Bassano il Massena il quale, anche se poteva contare su 10 mila uomini, rendendosi conto che non poteva competere con l’esercito austrico proveniente dal Friuli, il 4 novembre pensò di ritirarsi passando il Brenta con viveri e cannoni. Nel frattempo arrivarono a Bassano anche le colonne austriache, tra le quali anche quelle del generale Alvinzy , il quale la sera stessa dell’arrivo a Bassano ordinò alle truppe di occupare Cittadella e Fontaniva. Un migliaio di questi austriaci da Fontaniva attraversarono il Brenta e occuparono Carmignano. Ma il Massena attaccò gli austriaci che dovettero ritornare indietro. Il Massena  restò la notte seguente nei boschi di Carmignano a ridosso del fiume. L’Alvinzy nel frattempo sentendosi sicuro passò Il Brenta per attaccare il Massena a Carmignano  ordinando di chiudere tutte le bocche delle rogge per ingrossare il Brenta e impedire quindi il guado ai Francesi.  Così giunse il 6 novembre 1796. La battaglia iniziò tra Carmignano e Fontaniva. Nel frattempo una colonna francese stava giungendo dal vicino paese di Schiavon comandata dal generale Augereau contro la quale venne inviata l’ala destra dell’esercito austriaco. Era inevitabile che lo scontro avvenisse su questo territorio delle Nove. E vi furono scontri a ripetizioni tra gli opposti eserciti.

_foto_-_nove_-_battaglia_delle_nove_-__CHIESETTA_SAN_GIOVANNI_NEPOMUCENO_-_628E quando le truppe austriache sembravano aver la meglio, arrivò Napoleone che, dopo il consiglio di guerra tenutasi nella Chiesetta di San Giovanni Nepomuceno [vedi immagine a lato], diede nuovo vigore ai suoi soldati con la promessa anche di dar loro poi in pasto la vicina Bassano. Lo scontro tra le truppe contrapposte avvenne a Marchesane con gravi danni alla chiesa, alla canonica e agli edifici circostanti.  I francesi inseguiti dagli austriaci ripiegarono su Nove e questa villa venne presa e ripresa per ben cinque volte , finché la situazione fu favorevole ai francesi.  A questo punto i francesi tentarono di prendere la postazione austriaca sul Col di Grado e di guadare il Brenta nei presi di Nove allo scopo di prendere in mezzo gli austriaci.  Ma questo progetto non riuscì sia per i colpi di cannone  dal Col di Grado, sia per gli assalti delle truppe austriache, sicché i francesi si spinsero fino al Dindo, prossimi a passare il Brenta e a occupare Bassano. Ma le truppe austriache di Alvinzy riuscirono a frenare l’avanzata dei francesi e anzi riuscirono a ricacciarli indietro fino alle Nove dove i generali francesi, senza Napoleone, riunitisi nella stessa chiesetta di San Giovanni Nepomuceno decisero la ritirata che si realizzò nella notte tra il 6 e il 7 novembre e fu una notte “crucciosa e amara” da parte dei testimoni che videro i francesi commettere  nell’oscurità della notte  ogni truce delitto prima di dileguarsi. Nella Chiesa, dopo aver portato via quanto era possibile,  accatastarono i banchi e vi diedero fuoco. Il mattino seguente vi erano numerosi morti disseminati nel paese e numerosi feriti, anche se nessuno fece il conto degli uni e degli altri.

01_-_nove_-_aricuco_-240x_Documento4Storicamente  a queste vicende napoleoniche del 1796 viene collegata la produzione di fischietti popolari, i "cuchi", che realizzano una beffarda, ironica e graffiante rappresentazione di Napoleone, dei francesi, ma anche dei dominatori in genere. 

Agli inizi del 1800 la popolazione contava ben 1600 abitanti e le precarie condizioni statiche della precedente costruzione determinarono nel 1803 la proposta di fabbricare una nuova chiesa [che sarà quella attuale, cui dedicheremo un suo file]  le cui fondamenta in parte dovevano poggiare sul vecchio cimitero che dovette trovare una idonea area secondo le vigenti leggi napoleoniche nel Campo Marzo.  Si iniziò la fabbrica nel 1804 e procedette spedita per alcuni anni poi venne la crisi soprattutto delle ceramiche artistiche (a causa della sospensione dei privilegi della Serenissima)  e della produzione della seta per cui iniziarono a scarseggiare le offerte. Nel 1817 intervenne il consiglio comunale a fornire il necessario per completare l’opera. I lavori di cornice e di soffitto furono affidati allo stuccatore e architetto Luigi  De Boni di Villabruna di Feltre nel 1821.

Nel 1826 si saldò il conto anche per il nuovo organo fabbricato da Antonio Callido e suo fratello Agostino  di Venezia.

Nel 1868 fu eretto l’altare della beata Vergine del Rosario. I vecchi altari di marmo furono venduti alla Chiesa di Fellette di Romano.

Come abbiamo già accennato a Nove vi sono stati periodi di grande attività produttive e periodi di grande crisi, in quanto le più importanti attività risentivano delle situazioni politico-economiche dei paesi vicini. Così nella descrizione di Cesare Cantù del 1859 Nove veniva presentava nella doppia visione:  “Nel mezzo scorre una roggia, alla cui forza motrice si deve l’origine e la ricchezza del paese; poiché volge mulini, seghe, magli, folli, filatoi di seta , meccanismi da pestare le pietre onde vengono lavorate le stoviglie, che prima della pace di Villafranca  v’erano tanto fiorenti . Può calcolarsi che le fabbriche di stoviglie, i 4 magli di battiferro, le 3 gran seghe di legname, i 7 mulini da grano, i due folli, e un opificio a torcere la seta, ultima memoria dei tanti dai cui una volta, mettano settimanalmente in circolazione nel paese ben più di 1250 franchi animando l’interno commercio di molti piccoli esercenti. Col diminuito lavoro scemò pure la sua popolazione ridotta a 1668 abitanti in 432 case, e divisi in artigiani ed agricoltori con una piccola prevalenza de’ principi.”

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 Ritratto di Giuseppe De Fabris, 1835, olio su tela, cm 62x74,5 copia presente all'Accademia di San Luca di Roma, eseguita da un certo Sotta di Malesco riproducendo quello eseguito nel 1830 da Vincenzo Camuccini (1771-1844) conservato ai Virtuosi al Pantheon

1875 nasce l’Istituto statale d’Arte “G. De Fabris”. Su iniziativa del deputato novese Pasquale Antonibon  venne data concreta esecuzione alle volontà testamentarie del celebre scultore novese Giuseppe De Fabris (1790-1860) il quale aveva stabilito di finalizzare le sue cospicue sostanze da lui lasciate in eredità alla fondazione di una scuola d’arte, volta ad istruire gli allievi all’arte della ceramica proprio nel suo paese natale.

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Nuovo campanile [sopra, lapide commemorativa dell'evento]. Alla chiesa venne poi aggiunto un nuovo campanile su progetto dell’architetto prof. Vincenzo Rinaldo di Venezia, progetto che in parte fu modificato per cause economiche. I lavori di scavo iniziarono il 26 novembre 1893 e il 22 aprile dell’anno successivo vi fu posta la prima pietra a 5 metri di profondità. La realizzazione dell’opera impiegò circa 10 anni a causa dell’andamento delle risorse a disposizione, all’inizio più floride poi, per la crisi economica, molto più ridotte. Nel 1899 si era giunti alla base della cella campanaria, quindi venne costruita la cella e l’ottagono, che fu coperto da una cupola in rame sormontata dalla statua di San Pietro collocata nel 1904. L’altezza del campanile non è di 77 metri, ma di 74,80 (vedi file su Chiesa e Campanili).  Cinque campane della ditta Cavadini di Verona riempirono la cella campanaria.

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Poi vi fu la Grande Guerra e la Seconda Guerra Mondiale con tutto il corredo di sofferenze, di disagi, e anche di morti.[nella foto sovrastante soldati e carriaggi nella prima Guerra Mondiale]

Nel 1955 iniziarono le applicazioni della corrente elettrica, già presente a Nove fin dal 1910, al riscaldamento dei forni ceramici e a tante altre attività che prima utilizzavano la forza motrice dell’acqua del Brenta. E così lentamente cominciò l’abbandono delle vecchie fabbriche, dei mulini, delle seghe, dei magli, ecc.

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il ponte in costruzione 

1964. Il 18 ottobre 1964 venne posta la prima pietra per il ponte che avrebbe unito Cartigliano e Nove.

1968. Il 27 ottobre 1968 vi ebbe la cerimonia di inaugurazione del manufatto che fu dedicato “ Ai caduti di tutte le guerre” alla presenza delle autorità politiche e religiose. E così terminò del tutto anche l’antico passaggio in barca tra Nove e Cartigliano.

1983 fu varato il primo atto istituzionale di fondazione del Museo Civico della Ceramica, che fu inaugurato nell'aprile del 1995. 

Poi è storia recente.

FONTI DOCUMENTALI

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www.comune.nove.vi.it

it.wikipedia.org