SOLAGNA - L'EREMO DI SAN GIORGIO

L’ EREMO DI SAN GIORGIO

di Vasco Bordignon

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Non so per quale motivo intrapresi la strada che da Solagna – seguendo le indicazioni per l’Eremo di San Giorgio – sale, a volte tortuosa, a volte in rapida ascesa, lungo i declivi dei colli che circondano il paese come ad anfiteatro. Abituato a camminare in piano, dovetti dosare le mie forze per raggiungere i primi avvistamenti della struttura posta sulla cresta occidentale del pianoro, con il quale il colle di San Giorgio termina a 460 metri s.l.m.  La giornata era tiepida, il sole riscaldava le prime gemme degli alberi, e a tratti l’erba verde a stento ricopriva le prime primule.

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Dopo aver superato una grande croce, cominciai a vedere tra i fusti degli alberi e i ben tenuti muretti a secco  (masiere) la facciata della chiesetta.

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In alcuni tratti, in prossimità del traguardo, ebbi la possibilità di guardare a valle e di scorgere chiaramente i tetti accostati l’uno all’altro del paese, la biscia d’acqua del fiume, e le strutture della sponda dx dello stesso.  Mi  sorse subito il pensiero che quel colle (come altri probabilmente dall’altra parte del fiume) fosse stato in qualche secolo buio dopo la fine dell’impero romano una postazione di avvistamento e di eventuale segnalazione con fuochi o altri segni luminosi qualora fosse stato necessario.

Dalle fonti documentali che avevo letto, sapevo che nei primi anni del 1900 Plinio Fraccaro aveva riportato la scoperta di una tomba “rupestre”, suscitando ipotesi di antichi abitatori.

Ma invero – che io sappia – l’epoca di questa tomba rimane ancora incerta.

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la facciata della chiesa

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la chiesa e subito dopo l'eremo 

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l'eremo, il campanile e zona di sosta e di rifugio

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la Madonna di Lourdes 

Attualmente la struttura presente in questo luogo è rappresentata da una piccola chiesa cui è unito l’eremo, la cui parete ad est è addossata ad uno sperone di roccia (sommità del colle) sul quale è stato costruito il campanile.  Attorno vi sono strutture per il pic-nic e per passare una bella giornata all’aria aperta. Sulla parte orientale della superficie collinare vi è un altare all’aperto con la statua della Madonna di Lourdes.


CENNI STORICI

La tradizione afferma che la chiesa venne edificata  nel 1004 su ordine dell’imperatore Enrico II detto il Santo (vedi in calce la sua biografia) in occasione della sua venuta in Italia attraverso il Canale di Brenta, in onore di San Giorgio martire, la cui devozione si era diffusa in tutto il mondo cristiano come apprendiamo dalla sua biografia nel sito ww.santiebeati,it  “Forse nessun santo sin dall’antichità ha riscosso tanta venerazione popolare, sia in Occidente che in Oriente; chiese dedicate a s. Giorgio esistevano a Gerusalemme, Gerico, Zorava, Beiruth, Egitto, Etiopia, Georgia da dove si riteneva fosse oriundo; a Magonza e Bamberga vi erano delle basiliche; a Roma vi è la chiesa di S. Giorgio al Velabro che custodisce la reliquia del cranio del martire palestinese; a Napoli vi è la basilica di S. Giorgio Maggiore; a Venezia c’è l’isola di S. Giorgio.
Vari Ordini cavallereschi portano il suo nome e i suoi simboli, fra i più conosciuti: l’Ordine di S. Giorgio, detto “della Giarrettiera”; l’Ordine Teutonico, l’Ordine militare di Calatrava d’Aragona; il Sacro Ordine Costantiniano di S. Giorgio, ecc.
È considerato il patrono dei cavalieri, degli armaioli, dei soldati, degli scouts, degli schermitori, della Cavalleria, degli arcieri, dei sellai; inoltre è invocato contro la peste, la lebbra e la sifilide, i serpenti velenosi, le malattie della testa, e particolarmente nei paesi alle pendici del Vesuvio, contro le eruzioni del vulcano”. 

Assieme a San Giorgio (chiamato dai solagnesi anche San Dordi) viene venerato anche San Gottardo, che fu grande amico di Enrico II (vedi anche di San Gottardo in calce la sua biografia). Vedremo che tale venerazione si manifesterà non prima del 1745. Non si sa ancora perché a Solagna vi sia questo culto.

Comunque i primi dati certi sull’esistenza del fabbricato sono presenti nella relazione di un frate (Padre Massimiliano) che fu mandato il 7 ottobre 1571 dal Vescovo di Padova Nicolò Ormanetto in visita a Solagna, a constatare la situazione dell’oratorio di San Giorgio. Scrisse nel verbale “ Non è consacrato. Ha un unico altare sotto una piccola abside semicircolare, spoglio di qualsiasi ornamento, tranne un quadro di San Giorgio…, un fabbricato senza finestre e con un’unica porta ad occidente, con il tetto che lascia passare la pioggia, senza pavimento e privo di campana”.

La stessa situazione si presentò agli occhi del Vescovo Nicolò Galerio, quando il 13 ottobre 1587, si recò di persona in pellegrinaggio all’oratorio o sacello di San Giorgio :…” che si trova sulla sommità di un monte, al quale si  sale per un itinerario asprissimo tra dirupi e ghiaioni, è assai ristretto e ridotto al livello di una caneva o stalla senza finestre, senza pavimento, senza altare”.

Anche il Vescovo Marco Corner il 7 ottobre 1601 a Solagna in visita pastorale si informò dell’eremo e vietò l’uso della chiesetta fino a quando non fosse stata restaurata.

Nel 1631 viene menzionata la presenza di un eremita, Pietro Sasso di Valstagna.

Seguì un periodo di abbandono durato alcuni decenni per vari motivi (carestie, pestilenze, contrasti con San Nazario perché voleva rendersi indipendente da Solagna). Quando il 5 settembre 1664 il Cardinale Gregorio Barbarigo salì all’eremo trovò una chiesetta abbastanza simile a quella attuale, e , accanto ad essa,  anche il campanile, ed inoltre due eremiti che avevano edificato una piccola dimora e costruito una cisterna per l’approvvigionamento dell’acqua.

La presenza di eremiti non fu costante: è certa la loro presenza nel 1707 e nel 1728.

Nel 1745 Il cardinale Carlo Rezzonico inviò sul colle il canonico Pellegrino Antonio Ferri che così descrisse la situazione della chiesa: “ha un unico altare e una piccola sacrestia dalla parte posteriore, chiusa senza luce e senza il necessario per la messa … vi è un eremita agostiniano di Solagna , fra Giuseppe  Zamperin” ( che rimarrà a custodia del colle fino al 1760).

L’ultimo eremita fu Fra Bortolo Tescari di Lusiana che rimarrà fino al 1763”.

A partire da questo 1745, a Solagna, la devozione a San Giorgio sarà sempre unita a quella di San Gottardo.

Il 6 ottobre 1774 il vescovo Nicolò Antonio Giustinian, in sella al suo cavallo, raggiunse il colle di S. Giorgio. Dopo una sosta di preghiera davanti all’altare, guardandosi attorno vide sopra l’altare una pala raffigurante il santo cavaliere sul suo bianco cavallo, e accanto all’altare una statuina in legno rappresentante San Gottardo. Il parroco don Baldassare Pozza spiegò al vescovo che tale statuetta era lì da tempo (come sopra scritto) e che il Santo  veniva onorato il 5 maggio subito dopo la festa del “paron” di casa,  San Giorgio.

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Nel 1872 a Solagna venne istituito l’Ordine dei Terziari Francescani, e tale fervore francescano si attuò nel nostro colle con la comparsa di una statua di San Francesco posta nella vicina ghiacciaia trasformata in una specie di grotta (immagine sovrastante).

Nei decenni successivi la chiesa e l’eremo di San Giorgio venne sempre meno visitata sia da viandanti che da fedeli, tanto che durante la Prima Guerra Mondiale furono utilizzati a fini militari, e successivamente, iniziati i lavori di restauro, il Comune di Solagna  li  concesse in uso abitativo ad una famiglia per la custodia dei locali.

Nel 1922 venne rifatto l’altare, fu installata una nuova campana opera di P. Colbacchini (l’originaria era stata trafugata), e furono  ridipinte le pareti murarie. 

Ma questo luogo continuò, per vari motivi, ad essere oggetto di disaffezione da parte delle nuove generazioni e poi a causa degli eventi della Seconda Guerra Mondiale.

Tuttavia nel 1950 con il gruppo degli scouts di Solagna e poi dal 1970 in avanti  con il Gruppo Amici di San Giorgio la chiesetta e l’eremo ripresero nuovo interesse e nuovo vigore:  vi fu un costante lavoro di manutenzione delle opere murarie e il posizionamento, nella superficie adiacente,  di strutture ex-novo quali un rifugio aperto, attrezzato di focolare per accogliere turisti e pellegrini. Per questi lavori e per il trasporto di materiali, nel 1973, venne utilizzata anche una teleferica, oltre alla forza delle braccia di tanta brava gente.

L’unico oggetto di culto importante che rimaneva era rappresentato dalla vecchia pala di San Giorgio. Ma un mattino del 1978 poco dopo la festa del Santo con grande stupore e sofferenza si scoprì che la pala d’altare non c’era più, era stata rubata. E non più trovata.

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istantanea del trasferimento su slitta dell'opera di Kobe (Giacomo) Todesco che si vede al centro della foto (da Signori,1995)

Nella primavera del 1984 una nuova immagine di San Giorgio (opera del solagnese Kobe (Giacomo) Todesco) era pronta ma era molto pesante, pesava circa 7 quintali. Si doveva portarla all’eremo ed era un bel problema. Il gruppo Amici di San Giorgio non si perse d’animo e la mattina del 7 aprile  1984, aiutato da circa 40 robusti uomini, posero la preziosa opera su una adeguata slitta, e la trainarono fino alla chiesetta e quindi la installarono al suo posto.

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interno della chiesetta: al centro la nuova opera 

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L'altorilievo coglie l'attimo in cui San Giorgio , inarcionato sul suo cavallo, trafigge con la lancia il drago 

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dettagli

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Da una nota del libro di Signori trovo "Si tratta di un alto rilievo in Chiarofonte, un materiale, come dice il nome, chiaro e compatto, certamente meno trattabile del marmo di Carrara, ma che ha il pregio di essere del posto: proviene infatti da Cima Fonte dell’Altopiano di Asiago. Le dimensioni cornice compresa sono di 152 x 139 cm, mentre lo spessore raggiunge intorno i 24 cm. Il peso si aggira intorno ai 6 quintali e 85 chilogrammi."

Ho consultato anche l'autore dell'opera il quale mi ha affermato che il marmo usato è il Verdello di Rubbio.  Ho motivo di credere di più a Kobe Todesco. 

Dopo il 2005, un nuovo gruppo appartenente alla Pro Loco, riprese la manutenzione sia dell’eremo che delle aree circostanti (area pic-nic per 150 persone), ripristinando le masiere circostanti, e restaurando la statua di San  Francesco.

Dal 5 maggio 2012 il gruppo ripristinò la festa di San Gottardo.


Per ulteriori notizie e possibilità di fruizione del luogo contattare il Comune di Solagna. 


DOPO LE FONTI DOCUMENTALI

-       BIOGRAFIA DI SAN GIORGIO MARTIRE

-       BIOGRAFIA DI ENRICO II

-       BIOGRAFIA DI SAN GOTTARDO


PRINCIPALI FONTI DOCUMENTALI

Amici di San Giorgio, 2012 (dallo scritto, interessante, presente in loco)

Chemin Angelo. Eremo di San Giorgio di Solagna. Da www.osservatorio-canaledibrenta.it  [interessante lavoro sull’argomento con un suntuoso apparato documentale, con approfondita disanima sulla tomba rupestre, sul culto di San Giorgio con affinità con altre località, ecc. ]

Fraccaro Plinio. Guida alpina del Bassanese e delle montagne limitrofe. Bassano 1903

Signori Franco. Storia di Solagna e del suo territorio. Le origini. A cura del Comitato promotore della storia di Solagna, 1995.[il primo capitolo di questo libro è dedicato proprio all'eremo di San Giorgio e alla sua devozione]

Todesco Luigi. Solagna. Notizie e ricordi per i reduci. Padova, Tipografia del Seminario. 1919 Anastatica luglio 1998, Grafiche Tassotti



SAN GIORGIO MARTIRE 

La sua figura è avvolta nel mistero, da secoli infatti gli studiosi cercano di stabilire chi veramente egli fosse, quando e dove sia vissuto; le poche notizie pervenute sono nella “Passio Georgii” che il ‘Decretum Gelasianum’ del 496, classifica tra le opere apocrife (supposte, non autentiche, contraffatte); inoltre in opere letterarie successive, come “De situ terrae sanctae” di Teodoro Perigeta del 530 ca., il quale attesta che a Lydda (Diospoli) in Palestina, oggi Lod presso Tel Aviv in Israele, vi era una basilica costantiniana, sorta sulla tomba di san Giorgio e compagni, martirizzati verosimilmente nel 303, durante la persecuzione di Diocleziano (detta basilica era già meta di pellegrini prima delle Crociate, fino a quando il sultano Saladino (1138-1193) la fece abbattere).
La notizia viene confermata anche da Antonino da Piacenza (570 ca.) e da Adamnano (670 ca) e da un’epigrafe greca, rinvenuta ad Eraclea di Betania datata al 368, che parla della “casa o chiesa dei santi e trionfanti martiri Giorgio e compagni”. 
I documenti successivi, che sono nuove elaborazioni della ‘passio’ leggendaria sopra citata, offrono notizie sul culto, ma sotto l’aspetto agiografico non fanno altro che complicare maggiormente la leggenda, che solo tardivamente si integra dell’episodio del drago e della fanciulla salvata da s. Giorgio.

La ‘passio’ dal greco, venne tradotta in latino, copto, armeno, etiopico, arabo, ad uso delle liturgie riservate ai santi; da essa apprendiamo come già detto senza certezze, che Giorgio era nato in Cappadocia ed era figlio di Geronzio persiano e Policronia cappadoce, che lo educarono cristianamente; da adulto divenne tribuno dell’armata dell’imperatore di Persia Daciano, ma per alcune recensioni si tratta dell’armata di Diocleziano (243-313) imperatore dei romani, il quale con l’editto del 303, prese a perseguitare i cristiani in tutto l’impero.
Il tribuno Giorgio di Cappadocia allora distribuì i suoi beni ai poveri e dopo essere stato arrestato per aver strappato l’editto, confessò davanti al tribunale dei persecutori, la sua fede in Cristo; fu invitato ad abiurare e al suo rifiuto, come da prassi in quei tempi, fu sottoposto a spettacolari supplizi e poi buttato in carcere. Qui ha la visione del Signore che gli predice sette anni di tormenti, tre volte la morte e tre volte la resurrezione.
E qui la fantasia dei suoi agiografi, spazia in episodi strabilianti, difficilmente credibili: vince il mago Atanasio che si converte e martirizzato; viene tagliato in due con una ruota piena di chiodi e spade; risuscita operando la conversione del ‘magister militum’ Anatolio con tutti i suoi soldati che vengono uccisi a fil di spada; entra in un tempio pagano e con un soffio abbatte gli idoli di pietra; converte l’imperatrice Alessandra che viene martirizzata; l’imperatore lo condanna alla decapitazione, ma Giorgio prima ottiene che l’imperatore ed i suoi settantadue dignitari vengono inceneriti; promette protezione a chi onorerà le sue reliquie ed infine si lascia decapitare.
Il culto per il martire iniziò quasi subito, come dimostrano i resti archeologici della basilica eretta qualche anno dopo la morte (303?) sulla sua tomba nel luogo del martirio (Lydda); la leggenda del drago comparve molti secoli dopo nel Medioevo, quando il trovatore Wace (1170 ca.) e soprattutto Jacopo da Varagine († 1293) nella sua “Leggenda Aurea”, fissano la sua figura come cavaliere eroico, che tanto influenzerà l’ispirazione figurativa degli artisti successivi e la fantasia popolare.
Essa narra che nella città di Silene in Libia, vi era un grande stagno, tale da nascondere un drago, il quale si avvicinava alla città, e uccideva con il fiato quante persone incontrava. I poveri abitanti gli offrivano per placarlo, due pecore al giorno e quando queste cominciarono a scarseggiare, offrirono una pecora e un giovane tirato a sorte.
Un giorno fu estratta la giovane figlia del re, il quale terrorizzato offrì il suo patrimonio e metà del regno, ma il popolo si ribellò, avendo visto morire tanti suoi figli, dopo otto giorni di tentativi, il re alla fine dovette cedere e la giovane fanciulla piangente si avviò verso il grande stagno.
Passò proprio in quel frangente il giovane cavaliere Giorgio, il quale saputo dell’imminente sacrificio, tranquillizzò la principessina, promettendole il suo intervento per salvarla e quando il drago uscì dalle acque, sprizzando fuoco e fumo pestifero dalle narici, Giorgio non si spaventò, salì a cavallo e affrontandolo lo trafisse con la sua lancia, ferendolo e facendolo cadere a terra.
Poi disse alla fanciulla di non avere paura e di avvolgere la sua cintura al collo del drago; una volta fatto ciò, il drago prese a seguirla docilmente come un cagnolino, verso la città. Gli abitanti erano atterriti nel vedere il drago avvicinarsi, ma Giorgio li rassicurò dicendo: ”Non abbiate timore, Iddio mi ha mandato a voi per liberarvi dal drago: Abbracciate la fede in Cristo, ricevete il battesimo e ucciderò il mostro”.
Allora il re e la popolazione si convertirono e il prode cavaliere uccise il drago facendolo portare fuori dalla città, trascinato da quattro paia di buoi. La leggenda era sorta al tempo delle Crociate, influenzata da una falsa interpretazione di un’immagine dell’imperatore cristiano Costantino, trovata a Costantinopoli, dove il sovrano schiacciava col piede un drago, simbolo del “nemico del genere umano”.
La fantasia popolare e i miti greci di Perseo che uccide il mostro liberando la bella Andromeda, elevarono l’eroico martire della Cappadocia a simbolo di Cristo, che sconfigge il male (demonio) rappresentato dal drago. I crociati accelerarono questa trasformazione del martire in un santo guerriero, volendo simboleggiare l’uccisione del drago come la sconfitta dell’Islam; e con Riccardo Cuor di Leone (1157-1199) san Giorgio venne invocato come protettore da tutti i combattenti.
Con i Normanni il culto del santo orientale si radicò in modo straordinario in Inghilterra e qualche secolo dopo nel 1348, re Edoardo III istituì il celebre grido di battaglia “Saint George for England”, istituendo l’Ordine dei Cavalieri di San Giorgio o della Giarrettiera. 
In tutto il Medioevo la figura di s. Giorgio, il cui nome aveva tutt’altro significato, cioè ‘agricoltore’, divenne oggetto di una letteratura epica che gareggiava con i cicli bretone e carolingio. Nei Paesi slavi assunse la funzione addirittura ‘pagana’ di sconfiggere le tenebre dell’inverno, simboleggiate dal drago e quindi di favorire la crescita della vegetazione in primavera; una delle tante metamorfosi leggendarie di quest’umile martire, che volle testimoniare in piena libertà, la sua fede in Cristo, soffrendo e donando infine la sua giovane vita, come fecero in quei tempi di sofferenza e sangue, tanti altri martiri di ogni età, condizione sociale e in ogni angolo del vasto impero romano.
San Giorgio è onorato anche dai musulmani, che gli diedero l’appellativo di ‘profeta’. Enrico Pepe sacerdote, nel suo volume ‘Martiri e Santi del Calendario Romano’, conclude al 23 aprile giorno della celebrazione liturgica di s. Giorgio, con questa riflessione: “Forse la funzione storica di questi santi avvolti nella leggenda è di ricordare al mondo una sola idea, molto semplice ma fondamentale, il bene a lungo andare vince sempre il male e la persona saggia, nelle scelte fondamentali della vita, non si lascia mai ingannare dalle apparenze”. (da www.santiebeati.it)


SAN GOTTARDO

Nacque nel 960 a Reichersdorf (Ritenbach) presso Niederaltaich nella diocesi di Passavia; era figlio di Ratmundo, distinto vassallo del capitolo di S. Maurizio (Moritzstift) in Niederaltaich. Qui, nella scuola capitolare, sotto la guida di Uodalgiso, fu istruito nelle scienze umanistiche e teologiche. Per tre anni dimorò poi alla corte arcivescovile di Salisburgo, dove fu introdotto nell'amministrazione ecclesiastica. Dopo il ritorno da viaggi in paesi lontani, tra l'altro visitò l'Italia, proseguí gli studi superiori nella scuola del duomo di Passavia, dove insegnava.il famoso maestro Liutfrido; poi entrò nel capitolo di Niederaltaich, di cui presto fu eletto preposito. Quando il duca Enrico II di Baviera, detto il Litigioso (951-995), decise di trasformare il capitolo in un monastero benedettino, Gottardo rimase come novizio e si fece monaco nel 990 sotto l'abate Ercanberto, venuto dalla Svevia. Nel 993 fu ordinato sacerdote, poi divenne priore e rettore della scuola monastica e ne promosse lo sviluppo interno ed esterno. Nel 996 fu eletto abate e orientò il monastero di Niederaltaich verso l'ideale monastico di Cluny.
Il futuro imperatore Enrico II (1002-24) gli affidò il delicato ufficio di abate e riformatore, prima nel monastero di Tegernsee (1001-1002) e poi in quello di Hersfeld (1005). Con forza paziente riuscí a vincere la resistenza dei monaci ostili alla riforma e, dopo il ritorno a Niederaltaich nel 1013, diresse la costruzione del monastero e della chiesa e vi introdusse una scuola di scrittura e pittura. Egli è infatti considerato il piú grande architetto e pedagogo della Baviera nell'alto Medioevo. Dietro richiesta dell'imperatore Enrico II fu nominato vescovo di Hildesheim il 30 novembre 1022 e consacrato dall'arcivescovo Aribo di Magonza il 2 dicembre.
Da vescovo incarnò l'ideale di padre del clero e del popolo e si acquistò il rispetto dei suoi sacerdoti specialmente con le sue conferenze bibliche. Durante i quindici anni del suo governo episcopale fece costruire e consacrò più di trenta chiese. Nonostante la sua età avanzata, difese virilmente i diritti della sua diocesi contro usurpazioni di prelati e di principi. Conclusa la settimana pasquale, morì dopo breve malattia il 5 maggio 1038.
La canonizzazione di Gottardo fu caldamente promossa dai suoi successori Bertoldo (1119-30) e Bernardo (1130-53). Il secondo ne lesse (1131) a Liegi la Vita dinanzi a Innocenzo II (1130-43), che promise di canonizzarlo durante il successivo concilio. In compagnia di s. Norberto di Xanten, arcivescovo e metropolita di Magonza, Bernardo andò al sinodo di Reims, dove il papa, il 29 ottobre 1131, iscrisse Gottardo nell'albo dei santi. Il 4 maggio 1132 Bernardo procedette alla traslazione del corpo dalla chiesa abbaziale al duomo dove il 5 maggio fu celebrata la prima festa liturgica del santo. Le fonti ricordano che in questa circostanza si verificarono cinque miracoli, per cui si determinò subito un afflusso considerevole di pellegrini dai paesi limitrofi. A ciò e alla fervida propaganda dei Cistercensi e dei Benedettini si deve la rapida diffusione della venerazione tributata al santo vescovo nella Svezia, nella Finlandia, nei paesi slavi del Sud e nella Svizzera.
L'intercessione di s. Gottardo fu implorata contro la febbre, la podagra, l'idropisia, contro le malattie dei fanciulli, le doglie del parto e contro la grandine. Sulle principali vie di traffico Gottardo divenne il patrono preferito dei commercianti e ciò spiega perché nelle Alpi centrali siano sorte dappertutto chiese e cappelle in suo onore. Una fama del tutto speciale ottenne la càppella e l'ospizio di S. Gottardo sull'antico mons Tremulus (o Evelinus o Ursare). Secondo un'antica tradizione ticinese la chiesetta sul valico del S. Gottardo venne edificata da Galdino, arcivescovo di Milano (1166-76). Il primo documento però lo troviamo soltanto in Goffredo da Bussero, morto prima del 1300, che ascrive la consacrazione della chiesetta nel 1230 a Enrico di Settala, arcivescovo di Milano (1213-30), ma la prima testimonianza dell'esistenza dell'ospizio è del 1293. Nel 1685 Federico II Visconti affidò la direzione dell'ospizio ai Cappuccini di Milano, a cui succedettero, dopo la parentesi dolorosa della Rivoluzione francese, nel 1804-41 i confratelli del Ticino. Non si conoscono immagini contemporanee di Gottardo e le piú antiche provengono tutte dalla regione di Hildeheim. Nel 1927 J. Ernst, vescovo di Hildesheim (1915-28), fondò l'"Opera di S. Gottardo" per la formazione del clero diocesano. (da www.santiebeati.it)

SAN ENRICO II

L’Imperatore del Sacro Romano Impero e ultimo esponente della dinastia degli Ottoni Sant’Enrico II (973 o 978 – 1024) e sua moglie Santa Cunegonda di Lussemburgo (978 ca. – 1039) vissero in tempi «precari», ma il loro rapporto non fu precario e divenne di esempio per tutto il mondo occidentale e addirittura si adoperarono per rinnovare la vita della Chiesa e propagare la fede in Cristo in tutta l’Europa.
Votato inizialmente ad una carriera ecclesiastica, ricevette un’educazione scrupolosa presso la scuola capitolare di Hildersheim e a Ratisbona presso il santo vescovo Wolfango. Là acquisì una profonda pietà ed una precisa conoscenza dei problemi religiosi. Enrico ebbe un fratello, Bruno, che rinunciò agli agi della vita di corte per divenire pastore di anime come vescovo di Augusta, nonché due sorelle: Brigida, che si fece monaca, e Gisella, che andò in sposa al celebre Santo Stefano d’Ungheria.
Nel 995 Enrico II succedette al padre quale duca di Baviera e nel 1002 al cugino Ottone III come re di Germania. Contro Enrico insorse il celebre Arduino d’Ivrea, che dopo tante fatiche aveva ottenuto la corona d’Italia, ma questi lo sconfisse con un’armata e poi raggiunse Roma con sua moglie Cunegonda per ricevere nel 1004 la corona d’Italia da Papa Benedetto VIII. Nel 1014 il Pontefice lo consacrò imperatore del Sacro Romano Impero.
Segnata dall’impronta del realismo e della chiaroveggenza, la politica di Enrico II fu caratterizzata dall’abbandono delle grandiose mire universaliste di Ottone III e rafforzò l’alleanza del potere imperiale con la Chiesa. Sovrano consacrato alla più alta carica religiosa, presidente dei sinodi episcopali, canonico di alcune cattedrali, accrebbe l’autorità del clero. Restaurò nel 1004 l’Arcivescovado di Merseburg e nel 1007 fondò, con i propri beni, quello di Bamberg. Fu assai sensibile ad un sano rinnovamento della vita monastica, appoggiando alcuni riformatori come Riccardo di Saint-Vanne, sostenendo l’Abbazia di Cluny e il suo Abate Odilone.
Nel 1022 presiedette, insieme a Papa Benedetto VIII, il Concilio di Pavia, a conclusione del quale vennero emanati sette canoni contro il concubinato dei sacerdoti e la difesa dell’integrità dei patrimoni ecclesiastici: questo Concilio è considerato un momento importante del processo di riforma delle Chiesa dell’XI secolo.
Durante il regno ebbe al suo fianco Cunegonda, incoronata regina nel 1002 a Paderborn. Le fonti attestano che ella svolse un ruolo politico di primo piano. Fondò il monastero femminile di Kaufungen, vicino a Kassel, nel 1021. La coppia imperiale non ebbe figli e la causa viene rimandata a due ipotesi: voto di castità dei coniugi oppure sterilità. Alla fine dell’XI secolo sorse la tradizione della castità degli sposi. I primi a descriverla furono alcuni monaci dell’abbazia di Monte Cassino, molto legati all’Imperatore, Amato e Leone d’Ostia.
Secondo altre fonti, contemporanee ai fatti storici, viene attestata la sterilità di Santa Cunegonda. Le prime conoscenze sul matrimonio imperiale poggiano su tre brevi testi. Il cronista Titmaro di Merseburg riferisce la dichiarazione fatta da Enrico II al Sinodo di Francoforte del 1007: «(…) per mia ricompensa divina, ho scelto Cristo come erede, poiché non mi resta più alcuna speranza di avere una discendenza». Il secondo testo è una lettera del Vescovo Arnoldo di Halberstat (novembre 1007) ad un suo confratello di Würzburg: «(…) rifiutandogli una discendenza umana, farà di Dio, a Lui piacendo, il suo erede». Infine il monaco cluniacense Rodolfo il Glabro lascia scritto (prima del 1047): «Vedendo che da Cunegonda egli non poteva avere figli, non se ne separò a causa di questo, ma accordò alla Chiesa di Cristo tutto il patrimonio che avrebbe dovuto a dei figli».
Nell’alto Medioevo, una simile situazione terminava spesso con il ripudio della sposa. Come dimostra Rodolfo il Glabro, il fatto essenziale che colpì i contemporanei e fondò i termini per la reputazione di santità, fu l’inaudito rifiuto dell’Imperatore di ripudiare la moglie. La ragione di tale scelta è stata cercata nella profonda pietà cattolica dell’Imperatore, pietà che gli veniva da una tradizione ottoniana: i comportamenti matrimoniali costituirono un punto capitale delle relazioni fra gli Ottoni e la Chiesa. Infatti i suoi predecessori osservarono sempre una condotta matrimoniale esemplare: una stretta monogamia, unioni canonicamente irreprensibili, l’assenza di figli illegittimi e ripudi caratterizzarono la loro vita familiare. Emblematica una biografia commissionata dallo stesso Enrico II, la Vita della sua bisavola Santa Matilde, dove il sacramento matrimoniale primeggia: l’unione sponsale è qui celebrata come indissolubile e spiritualmente benefica per ogni coniuge. Ne emerge una coppia di sposi di stampo evangelico, modello di vita coniugale.
Enrico II non volle essere da meno della sua antenata e fu deciso nel credere e testimoniare l’indissolubilità matrimoniale, e tenne per sposa la sua Cunegonda. (da www.santiebeati.it)