CELESTI ANDREA - PITTORE - 1637 -1712 - OPERE NEL TERRITORIO

CELESTI ANDREA

 

di NICOLA IVANOFF

www.treccani,it

Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 23 (1979)

 

CELESTI, Andrea. - Nato a Venezia nel 1637, fu discepolo di Matteo Ponzone (Zanetti) e di Sebastiano Mazzoni (Temanza), e subì l'influsso di Luca Giordano. Gli diede notorietà (1675) un S. Luca che dipinge la Madonna nella cappella della Pace della chiesa dei SS. Giovammi e Paolo; tale dipinto (oggi smarrito), lodato dal Boschini e particolarmente dal Cochin, ebbe anche la fortuna di interessare Fragonard (A. Ananoff, L'oeuvre dessiné de Fragonard, Paris 1968, III, p. 202 n. 1885, fig. 179). Nel 1677, come risulta da una lettera pubblicata da M. Gualandi (Nuova raccolta di lettere…, II, Bologna 1845, p. 320), il C. era già giudicato "pittore che è uno de' migliori, che siano oggi a Venezia". Nel 1681 fu insignito dal doge Alvise Contarini del titolo di cavaliere.

Seguire la formazione del C. è piuttosto difficile in quanto nelle opere ritenute come prime, cioè quelle dove la firma non è ancora preceduta dal titolo di cavaliere (si veda il Convito di Baldassarre già nel pal. Conti a Padova), egli si presenta ormai come pittore maturo. Intorno al 1681 dovrebbe risalire l'attività per il palazzo ducale: due tele, - Mosè fa distruggere il vitello d'oro e Mosè castiga il popolo idolatra, riccheggianti i modi di Luca Giordano e dove il C. si firma "Cavaliere". Di circa lo stesso anno è l'Invenzione della Croce del duomo di Vicenza. Del 1684 è la Glorificazione di Giovanni Giustinian nella Rotonda di Rovigo, come pure le due grandiose lunette della chiesa di S. Zaccaria a Venezia: quella che raffigura Il patriarca e il doge in atto di ricevere il corpo di un santo - dove le figure senza peso sembrano fondersi in una fiumana iridiscente e vaporosa, preludendo all'effuso cromatismo settecentesco - può essere considerata come il massimo raggiungimento del primo periodo veneziano del Celesti. Qualche anno dopo egli abbandona Venezia (forse esiliato) per stabilirsi a Brescia e svolge una intensa attività artistica nella regione del Garda.

Al 1688 sono datate le tele con i Fatti di s. Pietro nell'abside del duomo di Toscolano. Dell'anno successivo nella stessa cittadina è il ciclo di Storie dell'Antico Testamento, che ricopre per intero il salone centrale della villa Delay-Maffizzoli. Stilisticamente affine ad esso è un altro ciclo biblico, proveniente dalla villa Bettoni a Limone, ora sistemato sullo scalone del palazzo Bettoni a Brescia (notevole, Salomone e la regina di Saba). Del 1692 è la vasta tela, vivacemente colorita, raffigurante la Liberazione dalla peste nel municipio di Lonato; 1695 è la data del Battesimo di Cristo del duomo di Desenzano, nel quale, secondo M. Goering, "una ventina di anni prima della nascita del Guardi, Celesti giunge ad una liquefazione impressionista della forma". Ovviamente al medesimo periodo appartiene l'intera decorazione del duomo, forse l'impresa più imponente che l'artista abbia portato a termine. Tra il 1696 e il 1697, il C. lavora per il duomo di Treviso (pitture smarrite); fra il 1698 e il '99 per la chiesa di S. Floriano a Linz dove si nota Il Paradiso, la pala dell'altare maggiore, che sembra una delle opere più significative del pittore. Il 1700 è la data della Strage degli innocenti sopra la porta d'entrata del duomo di Toscolano e la medesima si legge su uno dei dipinti del ciclo della Vita di Gesù in alto sulla navata centrale. È la data che segna, si suppone, il termine dei lavori. Difatti, secondo l'Averoldo, nel 1700 il C. sarebbe già tornato a Venezia dove aprì bottega; nel 1708 il C. si trova iscritto alla fraglia.

Seguendo l'aspirazione del tardo Seicento verso la pittura sempre più chiara, anche il C. risaliva agli esempi del Veronese. Nelle sue opere lasciate nel Bresciano egli sembra particolarmente sensibile alla tarda "notturna lunare" maniera di Paolo, inventando però una specie di illuminazione pirotecnica con cangiantismi e fluorescenze irreali. L'ultima grande impresa del C. è stata la decorazione a fresco della villa Rinaldi Barbini a Casella d'Asolo, terminata nel 1706. Conforme alla stessa destinazione della villa, provvista anche adesso d'un suo teatrino, l'intero ciclo a tendenze illuministiche s'ispira al gusto scenografico del tempo, attingendo al repertorio del melodramma musicale. Curioso vi è anche il modo di vestire persino i personaggi mitologici e biblici alla turca, forse dovuto al successo di certe Storie di Tamerlano dipinte nel palazzo Dondi dall'Orologio a Venezia, opere del C., a quanto pare, apprezzate dai contemporanei ma oggi conosciute solo attraverso una tela superstite a Potsdam (Neues Palais) e le repliche di bottega della villa Bettoni a Bogliaco. Ultime pitture conosciute sono le tre altissime tele: la Natività della Vergine, l'Assunzione e il Martirio di s. Lorenzo del duomo di Verolanuova, ordinate nel 1706 e collocate sul posto nel 1711: tutte e tre sono notturni fiabeschi caratterizzati, come sempre, da colate sciroppose di colore e sprazzi di luce, resi da grumi corposi di biacca.

Si suppone che il C. morisse nel 1712 ma non si sa dove.


CELESTI_ANDREA_APPARIZIONE_

MAROSTICA - Chiesa di Santa Maria Assunta

"L'apparizione dell'Eterno al re David" di Celesti Andrea

CELESTI_ANDREA_IL_SACRIFICIO

MAROSTICA - Chiesa di Santa Maria Assunta 

"Il sacrificio ebraico" di Celesti Andrea


NB. " Queste due tele secondo quanto scritto da Rodolfo Pallucchini in "la Pittura Veneziana del '600" costituivano in origine un unico dipinto che si trovava a Venezia nella Chiesa dell'Ospedale degli Incurabili . In seguito alle soppressioni, divenne patrimonio demaniale e diviso in due parti, che rimasero a lungo nei depositi finchè furono consegnate all'Accademnia per il restauro e per il collocamento in una chiesa della provincia. Le due opere però restarono in magazzino finchè per interessamento (pare) del senatore Lampertico nel 1884 furono inviate a Marostica a titolo di deposito presso la Chiesa di Santa Maria Assunta" (da La Pieve di Santa Maria Assunta in Marostica, di Lidia Toniolo Serafini, 2001, pag.86)