BASSANO DEL GRAPPA - LA CHIESETTA DELL'ANGELO


LA CHIESETTA DELL’ANGELO

di Vasco Bordignon


Una comunione miracolosa


La chiesetta dell’Angelo Fu eretta per volontà e a spese del sacerdote Domenico da Veggia o da Veglia, che era il confessore della Giovanna Maria Bonomo e direttore spirituale nel Monastero Benedettino di San Girolamo, ora delle Sacramentine per ricordare l’avvenimento prodigioso dell’Angelo custode venuto a comunicare la donna dopo che lui stesso le aveva negata l’Eucarestia.

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"La Beata Bonomo comunicata dall'Angelo"  dipinto di Pietro Menegatti, datato 1838

Per meglio comprendere il fatto è bene risalire alla vita della Beata Giovanna Maria Bonomo. Al processo di beatificazione la monaca Maria Peregrina Vittorelli testimoniò: “La Serva di Dio  oltre alle astinenze, digiuni ed altre penalità della Regola, essa ne faceva ancora dell’altre, ed oltre a questo procurava anche di meschiare cenere ed altro per amareggiare li cibi, che li servivano più di tormento che di cibo. Inoltre ogni notte faceva la disciplina a sangue, come si è saputo da suor Giustina, che aveva l’incombenza di lavare le pareti ed il pavimento della cella…” Fu un intenso periodo di ascesi con visioni ed estasi centrate soprattutto sulla Passione di Cristo, che raggiunse il culmine in un venerdì del 1632 quando alla presenza di alcune consorelle Giovanna Maria ricevette le stimmate. Se pur ripiena di gioia, ma anche di angoscia per tutti questi segni (estasi, visioni, stimmate) per lei incomprensibili, chiese al Signore di liberarla di tutte quelle prove e così fu e così poté partecipare alla normale vita monastica. Tuttavia il confessore don Alvise Salvioni era molto sconcertato di tutte queste esperienze mistiche della Bonomo e temeva che fossero opera del Demonio, come lo fu anche il suo successore don Domenico da Veggia (o da Veglia, detto anche Beldente) inviato nel 1664 dalla Curia di Vicenza. Da questo Sacerdote venne sottoposta a numerosi episodi di umiliazione tanto da arrivare nel 1668 a proibirle perfino di avvicinarsi alla grata del parlatorio e di scrivere lettere ai suoi numerosi corrispondenti oltre allo stesso suo padre e , cosa ancora più grave, di accostarsi ai sacramenti. Don  Domenico infatti prima della Messa contava macchinalmente le ostie da consacrare tante quante le monache meno una, la Giovanna Maria.  Alla comunione, un giorno, al finestrino della grata cominciò la sfilata delle monache per la comunione, poi tutte le altre secondo l’ordine di ingresso in monastero. Al turno della Giovanna  Maria don Domenico bruscamente si bloccò, non la comunicò e le fece cenno di allontanarsi. Lei tuttavia non lasciò apparire nulla e ritornò tranquillamente al suo posto. Il prete proseguì nel comunicare le altre monache. Ma quando si trovò davanti l’ultima comunicanda si accorse che la pisside era vuota: quindi delle ostie consacrate ne mancava una oppure aveva sbagliato lui a contarle. Restò attonito: era certo di aver ben contato le particole. Ne era certissimo.  Terminò la Messa e pensò che ci fosse sotto sotto qualche mistero di Giovanna Maria e così la fece chiamare. Le chiese perentoriamente se si era comunicata! Giovanna Maria rispose di sì. Il prete irritato “Da me no di certo” sibilò alla suora, e proseguì “ Da chi dunque?” con tono imperioso.  Lei allora rispose con grande candore che poco prima che lui si allontanasse un Angelo bellissimo aveva preso un’Ostia dalla pisside e l’aveva comunicata. Don Domenico restò stupito, pensieroso, attonito e cominciarono  ad aprirsi i suoi occhi verso questa suora che con umiltà, pazienza e rassegnazione aveva sopportato ogni prova, ogni punizione, ogni mortificazione. Era lui l’ingannato e per dare pubblica dimostrazione dei suoi errori pensò di costruire una chiesetta in onore del suo Angelo custode che gli aveva aperto gli occhi. 

Questo episodio miracoloso viene narrato dal primo agiografo della beata Giovanna, un certo Alberto Garzadoro, nel 1675, cioè cinque anni dopo la morte di lei e riportato anche nel Sommario degli Atti del processo di Beatificazione.

La storia della Chiesetta

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Ritratto di Don Domenico da Veggia attribuito a G.B. Volpato

Don Veggia, per costruire questa chiesa, si fece donare il 28 febbraio 1653 un terreno situato in Contrà di Via Nova, l’attuale Via Roma, da Carlo Stecchini, erede e nipote del proprietario del terreno un certo Giacomo da Roman. 

Il progetto dell’edificio venne affidato all’architetto bassanese Giambattista Bricito, il quale iniziò subito i lavori che si conclusero nel 1655 (come da una scritta in color rosso trovata all’interno del campanile : 1655. Zuanne Bricito Bassanese/Architetto Fecce/Questa Chie[sa], e già il 29 ottobre dello stesso anno si cominciò a celebrare Messa “a lode di Dio, della Beata Vergine e dei Santi Angeli Custodi”. Attigua alla Chiesa venne costruita anche una casetta dove fu posta la sede della Scuola dell’Angelo Custode. 

Nel 1656 Veggia, per paura di non riuscire a provvedere alla manutenzione della chiesa, la donò al Comune che la rifiutò. Essa passò, alla morte del sacerdote avvenuta l’11 giugno 1665, in eredità alla Scuola stessa con la clausola di non modificare mai l’interno della chiesa né di disperdere l’arredo. 

Queste volontà testamentarie furono rispettate fino al 1810, quando con le soppressioni Napoleoniche, fu soppressa la Scuola dell’Angelo, fu indemaniata la chiesa che così priva della ordinaria manutenzione, cadde in completo abbandono. 

Successivamente, sotto il Regno Lombardo-Veneto, la chiesetta divenne proprietà della Parrocchia di S. Maria in Colle, ma pochi anni dopo l’arciprete Paolo Luigi Vigorelli (1809-1827) la mise all’asta e  fu acquistata dagli Stecchini, discendenti di quel Carlo Stecchini che aveva donato il terreno a don Veggia. La famiglia Stecchini utilizzò la chiesetta come un oratorio privato, dove vi si celebravano i matrimoni dei componenti della famiglia e le funzioni religiose due volte l’anno: alla festa della Madonna del Carmine (16 luglio) e del Lunedì dell’Angelo. 

Durante la prima guerra mondiale fu utilizzata per  officiare le esequie per i militari morti nel vicino ospedale militare, installato nell’edificio delle Scuole Elementari. 

Negli anni successivi la chiesetta, abbandonata, arrivò ad un degrado complessivo, tanto che quando il Comune nel 1978 la ebbe in dono da Rolando Stecchini, l’affidò all’architetto Luigi Lunardon per un restauro complessivo.  Nel1982 iniziarono i lavori e  venne riaperta al pubblico il 22 febbraio del 1986. 

Da allora è destinata ad ospitare nostre e conferenze.

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Una lapide sopra la porta d'ingrsso ricorda l'origine di questa chiesetta


La Chiesetta, oggi.

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La facciata è inquadrata da due coppie di lesene giganti di ordine dorico sormontate da relativo fregio e dal frontone. A sx il campanile.

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Il campanile ha una cupoletta sagomata sormontata dall’angelo metallico con banderuola.

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L’interno presenta una pianta ellittica; le pareti sono scandite da semipilastri di ordine gigante il cui fregio dorico è composto da triglifi(*) alternati a metope(*). Questo anello (il fregio), su cui si innesta la cupola, diventa un elemento di grande originalità per la sua intensità cromatica e di luce derivante dalla serie ininterrotta di dipinti ad olio su tela rispetto ad altre più comuni decorazioni ad affresco o a stucco con le quali si eseguono le metope. 

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 1.San Girolamo, 2.un Santo, 3.San Bartolomeo, 4.un Santo, 5.un Santo

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6.un Santo, 7.San Paolo, 8.Cristo, 9.San Pietro, 10.San Giovanni

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11.San Giuseppe, 12.un Santo, 13.San Giuda Taddeo, 14.San Mattia, 15.San Sebastiano

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16. 16. un Arcangelo, 17.San Francesco, 18.un Angelo, 19.San Giovanni Battista, 20.Sant'Antonio da Padova

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 26.un Arcangelo, 27.un Angelo, 28.Madonna, 29.Angelo Custode, 30.un Angelo

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31.un Arcangelo, 32.un Angelo, 33.San Giovanni Evangeskista, 34.teletta irrecuperabile, 35.Santa Chiara

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 36.San Domenico, 37.Santo Stefano, 38.un Angelo, 39.un Angelo, 40.una Santa Martire.

Le metope, olio su tela, cm 46x50, salvo lievi scarti, sono in realtà trentanove e non quaranta perchè una, la n.34, all’atto della rimozione per il restauro, risultava completamente distrutta. Queste piccole tele, di autori diversi, raffigurano la Madonna Evangelisti, Santi Angeli e Arcangeli. La numerazione è stata data in ordine progressivo partendo dalla n.1 San Girolamo, posto accanto alla terza parasta entrando a dx, e proseguendo in senso orario. Stalli lignei corrono lungo le pareti curve.

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La copertura è una cupola ovale impostata su un tamburo anch’esso ovale.

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In fondo alla chiesa vi è un altare collocato entro una profonda cappella rettangolare ed in asse con l’ingresso.  

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La pala d’altare raffigurante Tobiolo e l’Angelo è del bassanese Giovanni Battista Volpato (1633-1706), opera sicuramente giovanile per le proporzioni sbagliate e goffe delle figure e per la mancata fusione della parte alta, rappresentate l'incoronazone della Vergine, con quella inferiore. Vi è il sospetto che ci si trovi di fronte a un dipinto "reconzà", cioè ridipinto.(da Elia Bordignon Favero)


La storia di Tobiolo e dell’Arcangelo Raffaele

Il libro di Tobia, composto di 14 capitoli, ambientato nel VII secolo a.C., narra la storia di una famiglia ebraica della tribù di Neftali, deportata  nel 722 a.C. a Ninive (allora capitale del regno assiro), composta dal padre, Tobi, dalla madre Anna e dal figlio Tobia detto anche Tobiolo.

Tobi, persona giusta e caritatevole, nel corso delle varie vicende perde il suo patrimonio, e, in seguito ad un atto di carità, anche la vista. Sentendo approssimarsi la propria fine, dopo aver a lungo pregato, decide di mandare il figlio Tobia nella Media (allora regione della Persia) presso un parente, Gabael, a riscuotere dieci talenti d'argento lasciatigli in deposito. 

In contemporanea a questa vicenda viene raccontata la storia di Sara. Questa giovane donna, figlia del parente di Tobi Raguele, abitante di Ecbàtana (importante città della Media), era posseduta dal demone Asmodeo che uccideva tutti gli uomini con cui si univa. Un giorno, una serva del padre della giovane, accusa la stessa di essere l'unica responsabile della morte dei mariti avuti. Sara, affranta per quanto accaduto, decide di togliersi la vita impiccandosi. Proprio nell'atto di porre in essere tale proposito medita sul fatto che il suo suicidio comporterebbe un ulteriore dolore per i genitori e desiste. In tale frangente Sara prega affinché Dio la faccia morire al più presto.

Le preghiere di entrambe queste persone vengono accolte da Dio che invia sulla terra l'arcangelo Raffaele. Questi si presenterà agli occhi di Tobia, sotto mentite spoglie, nella veste di una guida che conosce bene la strada. Ha inizio così il viaggio di Tobia, durante il quale si imbatterà in alcuni avvenimenti che saranno utili alla guarigione sia di Sara che del padre Tobi. Primo fra tutti è la sosta presso il fiume Tigri, in cui Tobia viene assalito da un pesce. In tale circostanza, l'arcangelo sprona Tobia a non scappare e a afferrare il pesce per la testa. Così facendo il giovane sconfigge l'animale e, sempre su consiglio dell'angelo, estrae dal pesce il fiele, il cuore e il fegato. Giunto ad Ecbatana, sposa Sara, liberandola dal demone grazie alle indicazioni di Raffaele. L'Arcangelo poi provvede, dopo un titanico combattimento, a legare il demone ad una montagna.

Riscossi i talenti d'argento, Tobia fa ritorno dal padre. Giunto a casa, sempre grazie ad un consiglio di Raffaele, Tobia spalma sugli occhi di Tobi il fiele del pesce pescato durante il viaggio, facendogli così recuperare la vista. Solo alla fine del libro, Raffaele mostrerà la sua vera identità


Annotazioni

* Metopa = indica, relativamente agli ordini architettonici classici, la lastra - liscia, scolpita o anche dipinta - che nel fregio della trabeazione dorica è alternata ai triglifi.

* Triglifo = lastra lapidea decorata con 3 scanalature verticali (2 intere e 2 mezze)


FONTI DOCUMENTALI

AA.VV. La Chiesetta dell’Angelo. Note storico-artistiche in occasione del restauro. Bassano del Grappa, 1988.

Bordignon Favero Elia. Giovanni Battista Volpato critico e pittore. De’ Longhi SpA, Treviso, 1994. (testo fondamentale per questo artista)

Bottecchia Dehò Maria Elisabetta. Canto dell’Amore nascosto. Beata Giovanna Maria Bonhomo. La Serenissima, 2006 (testo fondamentale per approfondire la sua vita terrena ma soprattutto la sua vita mistica. La Beata rappresenta una delle più grandi mistiche del Seicento) 

it.wikipedia.org 

Grassi Luigi, Pepe Mario. Dizionario di Arte. UTET, Torino, 1995.